Mali: la guerra di tutti e di nessuno

Un nuovo raid di ribelli nel Nord del Paese uccide 24 soldati: sempre più intensi gli scontri. Una panoramica

di Lucia Frigo

È un autunno di fuoco e polvere da sparo quello maliano. Negli ultimi mesi, le milizie ribelli nel Nord-Est del Paese sono tornate all’offensiva, scegliendo, sempre più di frequente come obiettivi gli avamposti dell’esercito. Lunedì 18 Novembre l’ultimo episodio è avvenuto al confine con il Niger, dove 24 membri dell’esercito nazionale del Mali sono rimasti uccisi e 29 feriti mentre eseguivano una missione congiunta con l’esercito nigeriano nella regione di Gao.

Il gruppo responsabile di questo nuovo attentato non è ancora stato identificato: sono tantissime le organizzazioni di ribelli e terroristi che operano nella Regione, molte delle quali sono di ispirazione salafita-jihadista, il ramo più radicale della religione islamica, che predica la jihad violenta per instaurare un governo islamico nel paese. Tra questi movimenti, molti hanno giurato fedeltà ad Al Qaeda e ad Isis, mentre altre frange rimangono indipendenti e libere di operare nel deserto del Sahel tra Mali e Niger.

Uno dei gruppi più attivi nella regione è Ansarum Islam (letteralmente, difensori dell’Islam), considerato responsabile dell’attentato del 30 Settembre 2019 nel quale 25 soldati maliani sono stati uccisi al confine con il Burkina Faso. Rimane per ora silente Isis, che invece aveva tentato (con scarsa credibilità, vista l’assenza di prove) di rivendicare un’altra azione contro l’esercito maliano dell’inizio di questo mese, il 2 Novembre. Lo scontro, nel quale erano rimasti uccisi 53 militari e un civile, era stato definito dall’esercito uno dei più sanguinosi attacchi di tutto il decennio. Ma, mentre l’esercito non chiarisce l’identità dei miliziani (17 dei quali sono stati uccisi e molti altri sono ora in prigione in Niger), è chiaro che l’area desertica tra Mali, Niger e Burkina Faso rimane una zona di fuoco dove né i governi né le forze internazionali riescono a mantenere un controllo effettivo.

Il G5 Sahel – gruppo composto nel 2014 da Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania per coordinare operazioni di sicurezza nella regione – sta dispiegando una gran quantità di risorse economiche e militari nella zona, sostenuto anche del contributo da parte dell’Unione Europea di 100milioni di euro. Nonostante tutto ciò, si denuncia un’insufficienza di fondi, di equipaggiamento, e un’adeguata preparazione delle truppe per combattere terroristi e guerriglieri. Assieme alle forze locali, sul territorio sono presenti anche una missione di peacekeeping delle Nazioni Unite, oltre ai militari francesi arrivati già nel 2013.

Il deserto del Sahel, nel Nord del Mali, rimane una delle zone più problematiche per la sicurezza internazionale (e un nodo chiave per il traffico di esseri umani) da quando, nel 2012, un golpe militare ha deposto il governo facendo piombare nel caos il Paese: organizzazioni jihadiste continuano a fare proseliti, e gli attentati – come dimostrato in questi ultimi mesi – diventano sempre più frequenti e letali. Gli esperti avvertono: se c’è una regione dove Isis potrebbe verosimilmente risorgere, dopo le sconfitte in Siria della scorsa primavera, quella è il Sahel Centro-Occidentale. Sono tanti i miliziani jihadisti che, una volta sconfitti a Kabul, tornano a casa in Mali o in Burkina Faso con armi, addestramento e contatti.

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