Myanmar al voto

Poche luci e molte ombre sulle urne birmane. Ma Aung San Suu Kyi resta favorita

di Emanuele Giordana

Da questa mattina in Myanmar sono iniziate le operazioni di voto nella prima elezione che si svolge durante il mandato di un governo non militare. E’ la seconda volta chi si svolgono elezioni libere dal 2015, da quando  la Lega nazionale per la democrazia (Nld) di Aung San Suu Kyi guadagnò una nettissima maggioranza che le permise di formare il primo governo civile. Ma non si voterà ovunque e non solo perché alcune aree in quarantena Covid, o certe categorie a rischio come gli anziani, hanno potuto farlo in anticipo. Un terzo degli abitanti dello Stato nordoccidentale del Rakhine, ossia un milione di persone, non potranno deporre la scheda nell’urna semplicemente perché quella zona, come altre aree del Paese, è in guerra. Una guerra strisciante e poco “coperta” ma che racconta di bombardamenti e incendi di villaggi con una mattanza di popolazione civile imputabile all’esercito nazionale (Tatmadaw) quanto all’Arakan Army (AA), l’ultima milizia autonomista apparsa sulla scena e che combatte a cavallo degli Stati Chin e Rakhine.

Ma oltre a loro, ci sono anche diverse centinaia di migliaia di rohingya che non potranno votare: e non solo perché la (ormai ex) importante comunità musulmana del Rakhine non aveva in patria diritto di cittadinanza ma perché un milione di loro vive ormai stabilmente in Bangladesh (la maggioranza in campi profughi). Non è stato però una tema della campagna elettorale, dove la parola “rohingya” è rimasta un tabù del dizionario politico e linguistico. I musulmani del resto, comunque circa il 5% della popolazione, non sono mai i benvenuti: nemmeno nella Lega che nel 2015 non ne candidò nessuno e questa volta ne ha invece scelti due a far da foglia di fico a un partito che si vuole inclusivo, progressista e democratico. Come ignorare del resto che un discreto numero di monaci buddisti si è lamentato per la scelta di questi due “kalar” come vengono chiamati con disprezzo i fedeli del profeta nel vocabolario identitario locale?

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In realtà, specie con l’avvicinarsi del voto, la campagna elettorale si e’ concentrata su reciproche denunce: i militari accusano la Commissione elettorale di non essere in grado di garantire libere e corrette elezioni mentre la Lega butta tutte le responsabilità di quanto va male nel Paese su Tatmadaw e dunque sull’organizzazione che lo rappresenta, quel Partito dell’Unione per la solidarietà e lo sviluppo (Usdp) guidato da Than Htay, guarda caso un generale. Difficile in effetti dar torto alla Lega: Tatmadaw controlla aziende, società, conglomerati che fanno dell’economia del Paese un sistema di vasi comunicanti che portano acqua al mulino delle divise. Decidono loro cosa si fa o non si fa e con chi si negozia oppure no. L’ultimo caso? La Lega vorrebbe trattare con l’AA ma Tatmadaw dice no. Non solo: per Costituzione i militari hanno diritto a tre dicasteri chiave (Interno, Difesa, Frontiere). Di piu.

I militari hanno diritto anche al 25% dei seggi in parlamento il che equivale a una sorta di diritto di veto. La Lega vorrebbe cambiare la Costituzione ma finora non c’è riuscita e forse vorrebbe anche essere più democratica di quanto non sia: sintomatico il caso di U Ko Ko Gyi, un attivista che ha passato 17 anni in galera sotto la dittatura ed e’ una persona che non le manda a dire.

Ha detto in un’intervista al MyanmarTimes che ci sono state più violazioni da parte dell’esecutivo della Lega (contro giornalisti, attivisti etc) che non durante la dittatura di Thein Sein. Forse una forzatura (in quel periodo anche solo esprimere una critica equivaleva al carcere) ma che chiarisce i tanti lati oscuri del governo della Lady, la de facto premier che starebbe tra l’altro preparando il passaggio del testimone. Se la Lega è certa di una vittoria, forse potrebbe non essere più a valanga come nel 2015 anche perché il Covid sta mordendo (oltre 60mila casi e oltre 1300 morti) come la crisi economica inasprita dalla pandemia. E dal controllo occhiuto degli uomini in divisa.

Quanto al partito dei militari, difficile che possano sperare in un passo indietro degli elettori ma una riconferma sarebbe già un dato, al netto di una possibilità sempre presente che i soldati escano dalle caserme. Ma se la Costituzione resta com’è (cambiarla prevede oltre il 75% dei voti parlamentari cosa impossibile avendo i militari il 25%) non ci sarà bisogno di allertare la truppa. Basta agitarne indirettamente la possibilità.

In copertina il simbolo della Lega. Nel testo Aung San Suu Kyi

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