Polonia/Bielorussia: in mezzo le vittime di ricatti e giochi politici

La  partita geopolitica sui figli di catene di tragedie fatte di guerre, ingiustizie, miseria. Concatenazioni di problemi che li hanno fatti scappare da casa, fuggire lontano, in un domino che sembra non finire mai
Durante un dibattito tenuto martedì al Parlamento Europeo, la vicepresidente della Commissione Europea, Margaritis Schinas, ha esposto i piani dell’Unione Europea per i migranti e richiedenti asilo che da settimane sono bloccati al confine fra Bielorussia e Polonia. Schinas ha spiegato che non è previsto alcun piano per accogliere ed esaminare le loro richieste di protezione, come invece prevederebbero le norme europee e anzi ha annunciato che la Commissione proporrà una specifica deroga di un articolo dei trattati europei che regola l’accoglienza e la protezione dei richiedenti asilo. Dietro la vicenda polacco-bielorussa c’è una lunga catena di nodi irrisolti come spiega il direttore del progetto Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo
di Raffaele Crocco
E’ la concatenazione quella che crea i guai, nel senso della catena di eventi che, una volta messi assieme e saldati gli anelli, generano il problema. Ne sanno qualcosa le migliaia di persone che si trovano in queste ore a bussare alla porta d’Europa via Polonia, passando dalla Bielorussia. Sono soprattutto curdi iracheni, ma sono anche pakistani e afghani. Tutti vittime di catene di tragedie fatte di guerre, ingiustizie, miseria. Concatenazioni di problemi che li hanno fatti scappare da casa, fuggire lontano, in un domino che sembra non finire. Ora sono ammassati lungo una frontiera, al freddo, con l’obiettivo di arrivare, finalmente, in un posto sicuro, che garantisca un futuro. Eserciti, polizia, muri e politica glielo impediscono, creando un nuovo dramma umanitario.
La situazione alla frontiera fra Polonia e Bielorussia non è una novità ai confini orientali dell’Unione Europea. Un po’ più vicino all’Italia, fra Bosnia Erzegovina e Croazia, da anni i migranti della rotta balcanica sbattono contro le reti e i manganelli croati. I campi improvvisati in Bosnia, a Bihac, accolgono 8 – 10mila persone. Sopravvivono grazie all’aiuto di decine di associazioni e di volontari europei, ma il passo resta chiuso, proibito a suon di bastonate sulle gambe e furti da parte della polizia croata. Chi tenta di trovare un passaggio clandestino nella foresta che divide la Bosnia dall’Europa dei ricchi viene punito duramente. Altre migliaia di persone – forse 40mila – sono in Serbia. La Turchia, grazie ai contributi della Ue, blocca entro i propri confini almeno 5milioni di esseri umani.
Far passare la situazione fra Polonia e Bielorussia, come una novità, un’emergenza, è quanto meno fantasioso. Si tratta solo dell’ennesimo spostamento d’asse di una rotta praticata da almeno due decenni, l’unica a rendere possibile – in qualche modo – il collegamento via terra fra Vicino Oriente o Asia e Europa.
La novità, semmai, è il coinvolgimento contemporaneo di Bielorussia e Polonia. Parliamo di un Paese, la Bielorussia, sanzionato dall’Unione Europea dopo le recenti, ambigue elezioni, che hanno confermato alla presidenza Aljaksandr Lukašėnka e portato in carcere politici e giornalisti d’opposizione. Raccontiamo di uno Stato, la Polonia, che ha da tempo rapporti difficili con la democrazia e i diritti umani ed è sempre pronta a ricattare l’Unione Europea sul tema delle migrazioni, degli aiuti allo sviluppo, del rispetto del diritto. Paesi borderline, quindi, che dalla crisi, dalla gestione di questa crisi, cercano di trarre vantaggi.
Varsavia è durissima, non molla. Continua a dire che quelle migliaia di persone non le vuole a casa propria. Fra mercoledì 10 novembre e giovedì 11, 150 migranti hanno tentato di forzare il blocco: sono state respinti a bastonate. Contemporaneamente, nella capitale migliaia di manifestanti di estrema destra gridavano “Sparate, sparate”. Lo slogan incitava le guardie di frontiera. Il corteo era stato in un primo momento vietato dal sindaco della capitale. Ci ha pensato il Governo a dare il via libera ai manifestanti. Fra di loro c’erano anche esponenti dell’italiana Forza Nuova, in una nuova puntata di quella alleanza neo fascista europea che proprio nell’Est – dalla Serbia alla Polonia, passando per l’Ungheria – sta trovando nuove energie e nuovi consenti.
I migranti restano terreno eccellente di scontro, ricatto e gioco politico. La Polonia usa i migranti alla frontiera per chiedere all’Unione Europea una politica più dura, in grado di fermare il flusso. E promette la nascita di un “nuovo muro”, per tenere lontani gli stranieri. Ma li usa anche per regolare i propri conti con Minsk. Alla frontiera sono schierati 13mila militari e almeno 4.500 agenti di polizia: un vero e proprio esercito. Il presidente bielorusso Lukašėnka risponde minacciando l’Europa di bloccare le forniture di gas russo – passa da casa sua, in fondo – dovessero essere decise nuove sanzioni per i fatti di questi giorni. E organizza manovre militari congiunte di paracadutisti bielorussi e russi alla frontiera polacca, per far capire che fa sul serio. Nel mezzo ci stanno loro: i migranti. Sono i veri protagonisti di questa storia, ma restano schiacciati dai giochi dei governi e delle ideologie. Ne sono morti almeno una decina, negli ultimi giorni, per il freddo. Il dato non è ufficiale, è difficile fare censimenti.
Sono figli delle guerre nel Kurdistan, nel Pakistan, nell’Afghanistan tornato in mano ai talebani e aggredito dalla fame: il reddito medio di un afghano, nel 2021, è di 530 dollari all’anno. Fuggono dalla mancanza di diritti, dalle crisi alimentari dovute ai cambiamenti climatici, dall’assenza di scuole, di ospedali, di acqua. Partono per cercare di avere un futuro. Quelli alle frontiere fra Bielorussia e Polonia sono una piccola parte della comunità di 82,4milioni di esseri umani in fuga da guerre, persecuzioni e catastrofi naturali. Sono una microfrazione dei 250milioni di individui che migrano per cercare futuro.
Resta un Mondo in movimento il nostro. Un modo di migranti e profughi, sparsi fra le 34 guerre e le 15 situazioni di crisi che la decima edizione dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo racconta nella sua più recente pubblicazione. In libreria dal 4 novembre, l’Atlante mette assieme schede conflitto, infografiche, notizie, reportage, foto di grandi fotografi, statistiche, con l’obiettivo di spiegare tutto ciò che porta alla guerra. Perché la guerra, questa è la linea editoriale, da sempre, è effetto: arriva là dove la comunità mondiale – in qualche modo noi tutti – rifiuta o non riesce ad intervenire per rimuovere ingiustizie, mancanze di diritti umani, cattiva distribuzione della ricchezza. La guerra è sempre evitabile, così come sarebbero evitabili le migrazioni forzate di milioni di persone, se tutti potessero prosperare e vivere sereni a casa loro. Costruire la pace – questo il senso dell’Atlante – non significa essere più buoni, significa diventare più intelligenti. La medesima intelligenza che, in queste ore, potrebbe risolvere rapidamente il dramma dei migranti chiusi nelle reti di Polonia e Bielorussia.
Questo articolo è uscito anche sul settimanale Left

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