Quando le donne scelgono la pace

Breve storia di un movimento nonviolento al femminile che periodicamente dal 2014 chiede una via giusta, bilateralmente accettata e vincolante per risolvere il conflitto israelo-palestinese

di Elia Gerola

Gli scontri tra israeliani e palestinesi continuano, da marzo oltre 200 sono state le vittime. Cionondimeno dal 2014 una voce “politica ma non affiliata”, formata per la maggior parte da donne, ma aperta a tutti, è comparsa sulla scena del conflitto israelo-palestinese, è il movimento civile Women Wage Peace, letteralmente “le donne fanno la pace”. Il 20 settembre, in onore della giornata mondiale della Pace, come ogni anno hanno marciato, stavolta dal Jaffa Gate al Parco Indipendenza.

Due sono gli obiettivi principali di Women Wage Peace, da una parte la prevenzione della violenza, dall’altra la promozione di una soluzione vincolante, “nonviolenta, rispettosa ed accettata da entrambe le parti del conflitto entro un arco di tempo limitato”. I soggetti verso i quali rivolge i propri tentativi di pace sono i politici israeliani e palestinesi, la cittadinanza tutta, i propri membri ed il mondo che da decenni assiste a violenze costanti.

Come si legge sul sito del movimento, Women Wage Peace è nata nel 2014 in Israele, all’indomani del lancio dell’operazione “Protective Edge”, che vide scontrarsi in quella che è anche ricordata come la Guerra di Gaza, le forze israeliane e quelle della guerriglia palestinese di Hamas. La prima operazione del movimento consistette quindi in una manifestazione che lo portò nella cittadina di Sderot. Fu un successo, più di 1000 donne vi parteciparono, erano tutte vestite di bianco ed arrivarono, occupando un treno, nell’aggregato urbano di Sderot appunto, all’epoca molto simbolico poiché sito nel Distretto Meridionale di Israele, a solo un chilometro dalla Striscia di Gaza, dove infuriavano gli scontri.

Il network organizzativo  si è da allora ramificato sul territorio, articolandosi in una fitta ed articolata rete locale, composta da una cinquantina di squadre regionali e da ben dodici gruppi specializzati a livello nazionale. La logica organizzativa è prevalentemente orizzontale, si vogliono evitare gerarchie e vige il principio del “chi propone realizza”. Le attività principali consistono in manifestazioni di massa ad elevato impatto mediatico, quali le numerose e frequenti marce collettive.

Ancora vivida è ad esempio la “March of Hope” del 2016, durante la quale 30 mila tra donne e uomini, sia israeliane che palestinesi, ebrei ed arabi hanno camminato insieme, per due settimane, nel nord di Gerusalemme in nome della pace.

Azioni più istituzionalizzate si sono però progressivamente aggiunte ai classici eventi di protesta plateale e di massa. Così, un’istituzione come il Knesset, l’assemblea legislativa israeliana, è stata oggetto della pressione del movimento in due differenti modi. Nel 2015 le attiviste di Women Wage Peace lo hanno circondato con un abbraccio collettivo realizzato da 3000 persone, mentre nel gennaio 2017 vi ci sono entrate formalmente fondandovi il Women’s Caucus for Peace and Security. Ed anche quest’anno hanno ricordato nel Parlamento ai deputati israeliani, che non si fermeranno fino a quando la pace non sarà raggiunta.

Le donne di Women Wage Peace sono quindi tra le più fervide fautrici del contenuto della risoluzione Onu 1325, approvata dal Consiglio di Sicurezza ben 18 anni fa.  Come Denis Mukwege e Nadia Murad, che sono stati insigniti del Nobel per la Pace questo 5 ottobre, promuovono imperterrite e determinate una prospettiva che tuteli maggiormente i diritti delle donne e ne valorizzi di più il ruolo cruciale per la risoluzione profonda dei conflitti.

Oggi il movimento conta più di 20 mila membri, prevalente donne di nazionalità israeliana, e si occupa anche di organizzare eventi di confronto pubblico, di dialogo, riflessione ed educazione ad una cultura di pace, di nonviolenza e di creazione di speranza. Il fine è infatti quello di andare oltre alle critiche fini a sé stesse o partiticamente schierate.

Women Wage Peace desiderano essere pragmatiche, nonviolente, protagoniste di un movimento che si muova, nasca ed agisca dal basso, si configuri come plurale ed agisca sempre nel rispetto della legge. Emblematico è infine l’appello scritto in inglese con il quale il movimento invita alla pace, affinché come si legge, “il sogno diventi realtà” ed il pluridecennale conflitto israelo-palestinese si risolva una volta per tutte pacificamente ed alla violenza, si sostituisca la pace, considerata non come una lontana utopia, bensì come la realizzabile fondazione della libertà e della sicurezza umana di ogni individuo.

 

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