Reportage. La memoria di Prijedor -2

In quest’area della Bosnia Erzegovina le ferite dei massacri non si sono suturate. Incidono la carne viva dei superstiti e dei parenti che non vivono “solo” nel ricordo ma chiedono una giustizia spesso negata. Seconda puntata

di Paolo Piffer

Prima della guerra a Stara Rijeka, frazione di Prijedor, vivevano in 600, ora gli abitanti arrivano a malapena alla settantina. Tanti sono scappati all’estero e non sono più tornati. L’unità dell’esercito serbo-bosniaco che arrivò al villaggio uccise un centinaio di persone. Nel paese vicino i morti sono stati 67. Saccheggiò e stuprò. Cannoneggiò le case non prima di aver portato via i beni di un qualche valore che venivano poi venduti al mercato. Raccontano che nei laghetti di decantazione della sovrastante miniera di ferro a cielo aperto, ora dismessa ma acquisita dalla ArcelorMittal (la stessa dell’Ilva di Taranto), i camion scaricavano i corpi martoriati.

In questa valle che si raggiunge percorrendo uno sterrato pieno di buche, da qualche anno lavora ad alcuni progetti di solidarietà il Gruppo Bosnia Mori, una struttura informale che perlopiù si autofinanzia. Qui, sostenendo “le realtà emarginate da parte dell’amministrazione comunale a guida serba”, cioè croati e musulmani, garantisce il trasporto a scuola con un pulmino agli studenti che altrimenti dovrebbero fare chilometri a piedi, visto che il servizio pubblico non c’è. Inoltre, ha fornito, anche attraverso il tramite dell’associazione Trentino con i Balcani, un paio di motocoltivatori ai contadini del posto con l’intenzione di creare una rete di vendita dei prodotti attraverso una cooperativa.

In città, invece, il Gruppo sostiene il vitto e l’alloggio a uno studente e mantiene una famiglia indigente con 9 figli. Un ex dipendente della miniera ricorda: “Da un giorno all’altro, i non serbi che lavoravano nell’impianto furono licenziati, costretti a firmare una lettera volontaria. Ferite come queste non si rimarginano mai. Anzi, diventano purulente”. La chiesa cattolica è “amministrativamente” divisa in due. Il campanile sta nel territorio della Federazione, il resto in quello della Repubblica Srpska. Uno dei tanti paradossi. Il corso d’acqua che corre parallelo alla strada segna il confine tra Federazione e Repubblica. Con la conseguenza che Stara Rijeka è terra di nessuno.

“Ci sentiamo abbandonati dallo Stato”, afferma il parroco, don Boris Ljevak, direttore del Centro scolastico di Bihac che a Stara Rijeka arriva il fine settimana per incontrare i fedeli e dire messa. “Essere parroco in questo posto è molto difficile”, aggiunge. In questo lembo di Bosnia che secondo molti non aveva nessuna importanza geo strategica né tantomeno militare, le ipotesi sulle motivazioni dei ripetuti massacri si accavallano. La più accreditata sostiene che il presidente serbo Slobodan Milosevic, che da Belgrado comandava le operazioni e il capo serbo bosniaco Radovan Karadzic, vedessero in questo “pertugio” una sorta di passaggio “a nord ovest” necessario alla creazione della Grande Serbia. Vai a sapere.

Prijedor detiene un triste primato. A causa dei crimini di guerra commessi dai serbi nei confronti di croati e musulmani, 56 suoi cittadini, tra militari e poliziotti, sono stati condannati dai tribunali. Per altri 30 sono in corso i processi mentre su un’altra cinquantina le indagini proseguono. E’ da Prijedor che, nel 2012, iniziò la protesta della fasce bianche. Fu un ragazzo, Emir Hodzic, che andò davanti al municipio, da solo, in piedi, con una fascia bianca al braccio urlando il suo “no, non ci sto” contro una pace sancita dagli accordi di Dayton del 1995 che riteneva falsa, che altro non aveva causato che divisioni e rancori.

Dall’anno successivo quel gesto si è diffuso in altre città, in Italia e in Europa, diventando, il 31 maggio di ogni anno, la Giornata internazionale delle fasce bianche. Le fasce bianche, in ricordo dei cittadini non serbi di Prijedor che il 31 maggio del 1992 furono costretti a mettersele al braccio per essere riconoscibili e al balcone un lenzuolo per far sapere dove abitavano. In seguito, da lì a poco, in 53mila furono perseguitati e deportati, 31mila rinchiusi nei 4 lager intorno alla città, 3173, di cui 102 bambini e 256 donne, uccisi. Prima della guerra Prijedor contava 113mila abitanti di cui il 44% bosgnacchi e il 42% serbi. Oggi sono 89mila 300. Solo 29mila i bosgnacchi e 60mila i serbo-bosniaci.

La prima puntata è uscita il 3 agosto 2019

In copertina un fermo immagine da un servizio di Al Jazeera sul campo di concentramento di Omarska neoi pressi di POrijedor (1992)

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