Rohingya, nubi sul rimpatrio

di Emanuele Giordana

Quando a fine novembre 2017, Myanmar e Bangladesh hanno siglato un accordo per il ritorno dei rohingya espulsi in agosto dal Paese delle mille pagode, quelli che erano scappati dall’ennesimo pogrom anti musulmano erano poco più di 600mila. Ieri, quando si sono conosciuti i termini del possibile rimpatrio che deve iniziare il 23 gennaio – a due mesi dall’accordo – e che dovrebbe concludersi entro due anni, l’ennesimo bilancio dei rifugiati rohingya in Bangladesh dava una nuova cifra: circa 673mila. Ciò significa che mentre si negoziava il ritorno, altri 70mila rohingya stavano impacchettando le loro poche cose per fuggire dal Myanmar.

Questo dato sembra sufficiente per considerare il piano di rimpatrio concordato gravato da ben più di una nube. Una di queste riguarda un campo per 30mila persone che le autorità birmane hanno detto di aver allestito nel Rakhine, lo Stato birmano da cui i rohingya sono scappati. E’ in queste “riserve” che i rohingya andranno una volta a casa? E quanto vi rimarranno? In questi campi di accoglienza birmani – che già ospitano oltre 100mila rohingya sfollati dopo le violenze del 2012 – si vive un’esistenza che non è quella di liberi cittadini in un libero Stato. Ed è legittimo chiedersi in che condizioni vivranno e con quale possibile futuro dovranno convivere coloro a cui sarà permesso di rientrare. L’accordo in sé è una buona notizia ma il futuro di questa minoranza, ormai sparsa nel mondo, non è affatto garantito. L’esistenza dei campi, la mancanza di una legislazione di protezione con standard internazionali, l’assenza di una riforma della legge di cittadinanza sono elementi così oscuri che solo un’attenta sorveglianza indipendente potrà in qualche modo garantire che i rohingya non finiscano dalla padella nella brace, magari oggetto di nuove vessazioni e violenze. Una sorveglianza indipendente che per ora non c’è.

In novembre Amnesty International ha spiegato, dopo un’inchiesta durata due anni, che i rohingya in Myanmar vivono intrappolati «in un sistema vizioso di discriminazione istituzionalizzata sponsorizzata dallo Stato che equivale all’apartheid». I rohingya rischiano dunque di tornare in uno Stato che non solo non li vuole e li considera “immigrati bangladesi”, ma che non gli riconosce cittadinanza, documenti né quindi titoli di proprietà su una terra magari lavorata nella consuetudine di secoli. Il rischio è che finiscano in campi magari definiti “transitori” e in una situazione di ancor maggior esclusione sociale. Magari per rimanerci per sempre.

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