Sudan: raid, morte e fuga

Oltre tremila le vittime dell'ondata di violenza in corso da aprile. Bisogni sanitari in crescita, mentre si ostacola il lavoro umanitario

Dai cieli del Sudan, continua a piovere morte. L’ultimo raid, l’8 luglio, ha ucciso trentuno persone. E sono oltre tremila le vittime che si registrano dal mese di aprile. Tra questi si contano almeno 15 operatori umanitari. Il Paese, secondo il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, è sull’orlo di una “guerra civile su larga scala”: gli scontri tra l’esercito sudanese fedele al capo de facto dello stato Abdel-Fattah Burhan e le Forze di supporto rapido guidate dal suo rivale Mohammed Hamdan Dagalo non si fermano. A nulla stanno servendo gli accordi per il cessate il fuoco siglati dalle due fazioni con la mediazione di Stati Uniti e Arabia Saudita

L’ultimo attacco aereo si è verificato a Omdurman, il principale polo commerciale del Sudan. Un attacco di cui le due fazioni si accusano a vicenda. Violenze diffuse sono in corso anche nella regione occidentale del Darfur, dove si sono tenuti alcuni dei peggiori combattimenti del conflitto in corso. Proprio qui, infatti, a detta di funzionari delle Nazioni Unite al conflitto si stanno unendo le rivalità etniche, con l’Rrf e le milizie arabe che avrebbero preso di mira le tribù non arabe del Darfur. Intere città e villaggi, inoltre, sono stati invasi dalle milizie di Dagalo e dalle milizie alleate, costringendo alla fuga migliaia di persone, che si sono rifugiate in Ciad. Testimoni hanno riferito di molti residenti uccisi, di donne e ragazze violentate e di proprietà saccheggiate e rase al suolo.

Questi mesi di violenza sono l’ennesima riprova del fallimento della transizione democratica che stava affrontando il Paese dopo i mesi di protesta, in gran parte pacifica, che nel 2019 avevano portato alla destituzione di Omar al-Bashir. La transizione doveva terminare all’inizio del 2024 con le elezioni. L’inizio della fine per la transizione è iniziata con il colpo stato dell’autunno del 2021 che destituì il governo del primo ministro Abdalla Hamdok.

Oggi sono enormi i bisogni sanitari in tutto il Sudan, ma in particolare a Khartoum e nel Darfur. “Le persone muoiono mentre il sistema sanitario del Paese cede sotto il peso di bisogni schiaccianti – afferma Jean Nicolas Armstrong Dangelser, coordinatore dell’emergenza di Medici senza Frontiere in Sudan – Sottoponendo le persone a livelli di violenza scioccanti o impedendo alle organizzazioni mediche di aiutarle, le parti in conflitto in Sudan mostrano un totale disprezzo per la vita dei civili”. Da aprile le équipe chirurgiche di Msf che lavorano nell’ospedale universitario di Bashair nel sud di Khartoum hanno curato 1.169 pazienti, oltre 900 dei quali avevano subito traumi violenti. Nell’ospedale di El Fasher, nel Darfur settentrionale, sono stati invece effettuati oltre 600 interventi chirurgici per feriti di guerra o donne che necessitavano di cure ostetriche di emergenza. A questo si somma l’aumento della criminalità e dell’illegalità. Già a meta giugno nelle aree di Khartoum Msf rilevava 183 pazienti ricoverati per coltellate e altri 62 vittime di aggressioni.

Grandi difficoltà si rilevano anche negli spostamenti degli operatori umanitari: a un’équipe di Msf, compreso il personale medico di emergenza, è stato impedito di viaggiare da Port Sudan verso aree con maggiori necessità mediche. La ong denuncia che anche in altre località, le autorità hanno ripetutamente impedito il movimento del personale umanitario e medico e dei rifornimenti tra e all’interno degli Stati. Le richieste di permessi di viaggio presentate in tempo e con la necessaria documentazione sono state infatti ritardate, respinte, revocate o semplicemente non rispettate. Anche quando sono stati rilasciati i permessi, in alcuni casi personale e forniture sono stati respinti dal personale di sicurezza ai posti di blocco. Alcune volte il personale è stato anche molestato, minacciato o arrestato.

Il lavoro delle organizzazioni mediche e umanitarie viene poi interrotto da entrambe le parti in guerra. Le forniture di Msf sono state confiscate, mentre i gruppi armati hanno saccheggiato le strutture e picchiato e minacciato il personale.

“Questa è una situazione profondamente caotica e violenta che quasi sfida il confronto – ha affermato il coordinatore delle emergenze di Msf Raphael Veicht – Non riesco a ricordare un momento negli ultimi anni in cui MSF abbia curato un numero simile di casi di trauma o eseguito tanti interventi chirurgici importanti quanti ne abbiamo fatti a Khartoum”.

E la violenza ricade, oltre che sui civili, anche sulla popolazione rifugiata. Il Sudan ha una lunga storia di accoglienza generosa dei profughi. Ad aprile ospitava oltre un milione di rifugiati (la seconda più alta popolazione di rifugiati in Africa) principalmente dal Sud Sudan, dall’Eritrea, dalla Siria e dall’Etiopia, dalla Repubblica Centrafricana, Ciad e Yemen. Le esplosioni di violenza hanno costretto le persone a fuggire all’interno del Sudan: sono oggi oltre 3,7milioni gli sfollati interni e oltre 800mila i rifugiati sudanesi in cerca di sicurezza e protezione oltre confine. Gli attuali combattimenti hanno già provocato lo sfollamento di oltre 800mila persone all’interno del Sudan. Inoltre, oltre 220mila rifugiati e profughi rimpatriati hanno lasciato il Sudan.

L’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati si è detta “profondamente preoccupata per le continue segnalazioni di civili in Sudan, inclusi sia sfollati interni che rifugiati coinvolti nel conflitto in corso, che sono diventati vittime indiscriminate dei combattimenti e a cui è stato impedito di mettersi in salvo”. Il 25 giugno, 28 rifugiati ospitati dal Sudan sono stati uccisi a Khartoum. “Ancora una volta, i rifugiati e altri civili sono le vittime innocenti di questa tragica guerra – ha affermato Mamadou Dian Balde, Direttore regionale dell’Unhcr per la regione orientale e del Corno d’Africa e dei Grandi Laghi – Entrambe le parti devono consentire ai civili di muoversi liberamente verso luoghi più sicuri, garantendo loro protezione e benessere e rispettando i loro diritti umani fondamentali”.

Molti rifugiati raccontano che durante la fuga dalla violenza i loro averi sono stati confiscati e i veicoli che utilizzavano sono stati sequestrati, lasciandoli vulnerabili, senza accesso ai beni di prima necessità come l’acqua potabile e senza mezzi di trasporto. L’agenzia Onu riporta poi che nel Darfur occidentale si segnalano persone a cui è stato impedito di lasciare la città di El Geneina, teatro di alcuni dei più violenti scontri di questi tre mesi.

*In copertina foto Andy.LIU for Shutterstock

(Red/Al.Pi.)

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