Venti di guerra nel Golfo

Washington sta schierando missili e e navi da guerra in Medio Oriente, citando "minacce credibili" dall'Iran. Bombardieri B-52 sono giunti il 9 maggio  in una base aerea americana in Qatar mentre la Abraham Lincoln ha attraversato il Canale di Suez in Egitto giovedì. Un analisi della crisi e della sua escalation

Dopo che Donald Trump si è ritirato dall’accordo con Teheran sul nucleare e ha irrigidito le sanzioni a Teheran, eliminando le esenzioni che avevano permesso ad alcuni paesi di acquistare petrolio iraniano, Washington sta schierano missili e e navi da guerra in Medio Oriente, citando “minacce credibili” dall’Iran. Bombardieri B-52 sono giunti il 9 maggio in una base aerea americana in Qatar mentre la Abraham Lincoln ha attraversato il Canale di Suez in Egitto giovedì. Un analisi della crisi e della sua escalation

di Alessandro De Pascale

Per Teheran, quella lanciata nei giorni scorsi dagli Usa contro l’Iran è «una guerra psicologica». Ma soprattutto, «un gioco pericoloso» che ricorda a molti la retorica di guerra degli Stati Uniti nel 2003, prima della rovinosa invasione dell’Iraq. Le analogie sono molteplici. A partire da chi a Washington sta guidando il gioco, per conto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Si tratta di un fermo avversario del multilateralismo e persino delle organizzazioni internazionali: nei primi anni Duemila guidò l’opposizione statunitense alla nascita della Corte Penale Internazionale, mentre nel 2005 da neo ambasciatore Usa all’Onu minacciò addirittura di tagliare i fondi al Palazzo di Vetro. Il suo nome John R. Bolton, noto anche come “il falco del Golfo”, da poco più di un anno consigliere di Trump per la sicurezza nazionale. Nell’era di George W. Bush, da sottosegretario di Stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale, questo 69enne avvocato e senatore conservatore, si disse a favore del rovesciamento con la forza dei regimi in Siria, Libia, Iran e Corea del Nord, definiti “Stati canaglia”. Nel 2003 da promotore dell’invasione dell’Iraq, Bolton fu inoltre ostile al ruolo multilateralista esercitato da Mohamed El Baradei, all’epoca direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), le cui ispezioni confermarono che il regime di Saddam Hussein non possedeva armi di distruzione di massa.

La visione del falco

Bolton, il “falco” della casa Bianca. Sotto, Rohani

Sedici anni dopo, la storia si ripete per il confinante Iran. L’inizio del nuovo mandato di Bolton come consigliere per la sicurezza nazionale, avvenuto il 9 aprile 2018, coincide con l’annuncio da parte di Trump del ritiro unilaterale degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa, in farsi Barjam). Patto raggiunto dopo 2 lunghi anni di trattative il 14 luglio 2015 tra Iran e il cosiddetto P5+1 (i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti più Germania ed Unione europea). Il Jcpoa chiedeva al regime degli Ayatollah di frenare la sua capacità di arricchimento dell’uranio, cercando così di evitare lo sviluppo in proprio di una bomba nucleare. In cambio, assicurava la rimozione della maggior parte delle sanzioni internazionali che stavano strangolando l’economia e quindi la popolazione iraniana. Ma se nel 2003 per invadere l’Iraq gli Usa presentarono all’Onu prove poi rivelatesi false, stavolta il presidente degli Stati Uniti ha parlato di non meglio specificate «minacce» iraniane, rifiutandosi di spiegare persino cosa lo abbia spinto a schierare una forza militare nella regione. Del resto, allora come oggi, le stringenti e intrusive ispezioni dell’Aiea, previste dall’accordo negli impianti nucleari iraniani, sostengono che il regime di Teheran sta rispettando i propri impegni. Cosa che non ha evitato la prova di forza militare Usa di questi giorni.

Arrivano portaerei e bombardieri

La portaerei statunitense USS Abraham Lincoln ha attraversato il 10 maggio il canale di Suez diretta al largo delle coste iraniane, nello strategico stretto di Hormuz, dove transita circa 1/3 del petrolio trasportato nel mondo via mare. Una decisione criticata persino da parte del Pentagono. Ci sono poi i mega bombardieri B-52H Stratofortress, atterrati il 9 maggio nella base Usa di Udeid, in Qatar mentre è in navigazione la nave anfibia Arlington che trasporta centinaia di marines, veicoli ba sbarco ed elicotteri. Infine le batterie di missili Patriot, il cui invio nel Golfo è stato annunciato e approvato il giorno dopo dal segretario alla Difesa Usa ad interim, Patrick Shanahan, il quale ne ha inoltre autorizzato la vendita al Bahrain (nell’ottobre 2018 gli Usa li avevano viceversa rimossi da Kuwait, Giordania e Bahrain). Le nuove batterie missilistiche potrebbero stavolta essere schierate anche in Iraq, lungo il confine con l’Iran, scelta che spiegherebbe l’arrivo a sorpresa a Baghdad del segretario di Stato statunitense, Mike Pompeo (ex capo della Cia), che il 7 maggio si è recato dal primo ministro iracheno, Adel Abdul Mahdi. Un viaggio non previsto, effettuato dal capo della diplomazia Usa cancellando all’improvviso l’incontro programmato a Berlino con la cancelliera Angela Merkel e il ministro tedesco della Difesa, Heiko Maas.

Il tour di Pompeo

Pompeo era nel Vecchio Continente per un mini tour, rivelatosi immediatamente fallimentare, finalizzato ad ottenere l’appoggio degli altri firmatari europei dell’accordo iraniano. «Lasciare l’accordo nucleare del 2015 è un errore perché sta vanificando i risultati già raggiunti, motivo per cui la Francia continuerà a farne parte e spero vivamente che anche l’Iran rimanga», la posizione del presidente francese, Emmanuel Macron. Persino l’asse anglosassone si è spezzato sull’Iran: «L’accordo è un risultato molto importante per la diplomazia, il Regno Unito non cambia posizione e continuerà a sostenerlo perché l’Iran non possiede armi nucleari, anche i suoi vicini non le hanno ottenute e sarebbe un enorme passo indietro per la regione se diventasse nuclearizzata», la risposta a Pompeo del ministro degli Esteri britannico, Jeremy Hunt. Così quando da Berlino il titolare del dicastero degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha dichiarato «siamo in contatto con gli altri partecipanti all’accordo nucleare (…) vogliamo preservarlo», mentre la cancelliera Angela Merkel evidenziava le «divergenze di opinioni con gli Stati Uniti», la contrarietà a «un’escalation della situazione», rivelando al contrario di essere al lavoro per la «messa in campo di ulteriori mezzi diplomatici», Pompeo ha preferito volare a Baghdad. Nelle stesse ore il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, atterrava invece a Mosca, per incontrare il suo omologo russo Sergey Lavrov, ottenendo lo scontato appoggio dei 2 firmatari non occidentali dell’accordo, Russia e Cina.

La posizione condivisa di Zarif e Lavrov è che l’accordo sul programma nucleare è in «condizioni critiche», a causa degli Stati Uniti le cui sanzioni bloccano le attività commerciali occidentali in Iran e l’esportazione di petrolio iraniano. A ciò si aggiungerebbe il mancato rispetto da parte dell’Europa dei suoi obblighi. Dopo una reazione iniziale cauta, l’Unione europea ha confermato il 10 maggio con un comunicato che sta «facendo di tutto per preservare e far funzionare l’accordo, sostenuto dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu», poiché «ad oggi Teheran ha mantenuto le promesse sul nucleare e il patto riguarda la nostra sicurezza e quella del mondo intero». Il problema maggiore al momento sono i tempi. L’8 maggio, ad un anno esatto dall’uscita Usa dall’accordo, il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha lanciato in diretta televisiva agli altri firmatari dal patto un ultimatum di 60 giorni: o Teheran verrà protetta dalle sanzioni americane, in particolare sulla vendita del petrolio e sulla limitazione alle transazioni finanziarie del sistema bancario iraniano, o l’Iran riprenderà ad arricchire l’uranio e completerà il reattore ad acqua pesante di Arak. L’Ue sta in realtà lavorando da tempo a un meccanismo speciale di scambio, simile al baratto e chiamato Instex. Evitando il trasferimento di denaro attraverso le banche, vanificherebbe l’effetto delle sanzioni Usa sulle imprese europee.

Teheran si ribella

Il problema è che il suo avvio è stato continuamente rimandato, con un rimbalzo di responsabilità. Per l’Europa è colpa dell’Iran che non ha completato la sua parte del meccanismo. Di parere opposto Teheran che l’11 maggio ha dichiarato che Instex non è ancora operativo perché l’Ue non ha rispettato le sue promesse e non ha completato la sua parte del progetto. Intanto il viceministro del Petrolio iraniano, Amir Hossein Zamaninia, nel parlare delle sanzioni Usa all’Università Azad di Teheran ha candidamente ammesso: «Abbiamo mobilitato tutte le risorse del Paese e stiamo vendendo petrolio sul mercato grigio». Il tempo insomma stringe ed effettivamente è fuor di dubbio che sia iniziato «un gioco pericoloso». L’ayatollah Yousef Tabatabai-Nejad, guida provvisoria della preghiera del venerdì di Isfahan, riferendosi all’arrivo nel Golfo della portaerei Usa ha arringato i fedeli dichiarando che «la loro nave, costata miliardi di dollari, potrebbe essere distrutta con un singolo missile». Giorni prima, durante il discorso per il 74esimo anniversario della vittoria sui nazisti, il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato sulla piazza Rossa: «Il nostro popolo sa che cos’è la guerra (…) la guerra è di nuovo attuale». Per Bolton lo schieramento delle armi Usa è destinato «a inviare un messaggio chiaro e inequivocabile all’Iran, secondo cui qualsiasi attacco agli interessi Usa o dei nostri alleati incontrerebbe una forza inesorabile». Il noto analista e giornalista statunitense Philip Weiss, fondatore e co-editore di Mondoweiss.net, fornisce una lettura inedita: «Trump non vuole una guerra. Sa che distruggerebbe la sua presidenza per le elezioni del 2020 (…) Sta semplicemente cercando di compiacere la lobby israeliana nella politica statunitense. Ha bisogno di loro per le elezioni del 2020. Ha bisogno dei soldi di Sheldon Adelson e di altri vecchi sostenitori di Israele che prendono in parola Netanyahu». Fosse davvero così, il più imprevedibile presidente americano della storia starebbe davvero giocando con il fuoco, sulla pelle del mondo intero.

Nella foto di copertina la Abraham Lincoln in un’immagine del Pentagono

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