Xi e la Cina: un potere in crisi?

La macchina economica si é bloccata. Il pugno di ferro del Presidente all'esame del Partito

di Maurizio Sacchi

Il 15 di settembre, il Presidente cinese Xi Jinping ha chiesto “di rimodellare l’ordine internazionale”, parlando a Samarcanda, in Uzbekistan, al vertice dei Paesi dalla Sco, come ultima dichiarata sfida all’influenza globale dell’Occidente. I leader, mondiali dovrebbero “lavorare insieme per promuovere lo sviluppo dell’ordine internazionale in una direzione più giusta e razionale”, e  mantere il “rispetto reciprcoco e di “non interferenza negli affari interni”.  La presa di distanza dalla Russia, nel momento dell’escalation della guerra in Ucraina, con l’annessione dei territori occupati, il richiamo alle armi di 300mila uomini, e la minaccia nucleare, parrebbe indicarela possibilità  per Xi di porsi come l’arbitro più autorevole di un dialogo di pace, e per la riscrittura degli accordi internazionali. 

Ma Xi, e la Cina, si stanno indebolendo, il primo in patria, e la seconda sul teatro economico internazionale. Oxford Economics prevede che la crescita della Cina scenderà ad appena l’1% nel 2022, specie se i problemi di indebitamento del gigante immobiliare Evergrande dovessero estendersi ad altri settori dell’economia.  Si tratterebbe della più debole espansione del prodotto interno lordo dal 1976, anno in cui la Rivoluzione Culturale cinese si concluse con la morte di Mao Zedong. A questo ritmo, inoltre, l’economia crescerebbe a meno della metà del 2,3% del 2020, altro anno nero per l’Impero di mezzo. E, come ad esempio sostiene Michael Shoebridge, direttore dell’Australian Strategic Policy Institute per la difesa, la strategia e la sicurezza nazionale, la legittimità autoritaria del Partito Comunista Cinese dipende dalla capacità di garantire la prosperità economica.

Insomma, la posizione di Xi Jinping come Presidente della Cina potrebbe essere minacciata dall’interno del Partito Comunista se la crescita economica dovesse precipitare. Il giro di vite nell’ambito del programma “Prosperità comune” potrebbe essere un altro freno alla crescita economica, e la crisi della globalizzazione derivata dal conflitto in corso, e dalle tensioni con Usa ed Europa su Taiwan mette a rischio la catena di approvvigionamento di materie prime essenziali.

Da  quando, 4 anni dopo le fastose Olimpiadi di Pechino, é salito al potere, Xi ha condotto ripetute epurazioni,  nell’ambito della campagna anticorruzione, consolidando il potere nelle proprie mani attraverso una serie di “piccoli gruppi dirigenti”  e abolendo le garanzie costituzionali di Deng Xiaoping contro il ripetersi del culto della personalità  di Mao Zedong. Sul discusso Presidente, é uscita da poco una  biografia dei giornalisti tedeschi Stefan Aust e Adrian Geiges, “L’uomo più potente del mondo”, che ne ricostruisce l’ascesa al potere, e come abbia creato la struttura di potere che, nella sua rigidità, rischia ora di mettere in crisi quella che sembrava avviata a divenire la prima superpotenza mondiale (Per una sintesi si veda la recensione sul Guardian).

Xi Jinping, figlio di un’importante funzionario del partito, cioé uno dei cosiddetti “principini rossi” è dapprima stato promosso alla carica di sindaco di Shanghai dopo che il sindaco in carica, noto soprattutto per  le sue 11 amanti, è stato arrestato per corruzione. Il trampolino di lancio alla presidenza é stato l’incarico di  capo del comitato organizzativo delle Olimpiadi del 2008, i più costosi della Storia. Quattro anni dopo le Olimpiadi, Xi è stato nominato segretario generale del Partito Comunista Cinese dopo una serie di eventi drammatici, culminati  nella fuga di Wang Lijun, capo della sicurezza di Bo Xilai, allora segretario del Partito della megalopoli occidentale di Chongqing, al consolato statunitense di Chengdu. Seguì l’arresto di Bo e della moglie, il processo di quest’ultima per l’omicidio di un uomo d’affari britannico, le voci di un tentativo di colpo di Stato e le successive epurazioni, e alla fine l’ascesa  di Xi al potere..A questo ha fatto seguito la costruzione di  un apparato ideologico che, riassume il Guardian,  “criminalizza le opinioni dissenzienti sulla storia e cerca di fondere l’idea del partito, del Paese, dello Stato e della persona di Xi in un unico monolite incontestabile”.

Andando un capitolo indietro nella storia della Cina, lo storico Frank Dikötter nel suo ultimo volume, China After Mao: the Rise of a Superpower (La Cina dopo Mao: l’ascesa di una superpotenza)  offre  un resoconto chiaro e dettagliato del periodo compreso tra la morte di Mao nel 1976 e il 2012, anno dell’arrivo di Xi al vertice. Sono gli anni della politica di Deng di apertura della Cina al capitalismo globale che ha prodotto quattro decenni di crescita economica spettacolare, gli anni del “miracolo cinese”. Quegli anni hanno anche dato origine alla  percezione  che la Cina avrebbe inevitabilmente superato gli Stati Uniti per diventare la più grande economia del Mondo Dikötter inizia sottolineando quanto poco sappiamo sulla Cina e sulla sua struttura di potere, facendo riferimento al saggio del 2018 del sinologo  James Palmer su Foreign Policy, dal titolo: Nessuno sa niente della Cina, compreso il governo cinese.  Ma Dikötter per decenni ha analizzato  fonti ufficiali cinesi ma secondarie , e  ha esaminato 600 documenti provenienti da archivi municipali e provinciali. In conclusione, Dikötter sostiene che il boom cinese abbia  limiti strutturali e che limiti stanno minando la crescita e lo stesso modello politico-economico: le banchesono indebitate fino al colloo e, come ha detto nel 2019 lo studioso Xiang Songzuo della Renmin University cinese: “L’economia cinese è tutta costruita sulla speculazione e tutto è sovra indebitato”.

Insomma, i nodi della Cina di Xi sembrano venire al pettine. Mentre molti sinologi occidentali credevano che la crescente prosperità avrebbe portato a un aumento delle richieste di libertà politica e di partecipazione, Xi ritiene che la separazione dei poteri, l’autonomia giudiziaria e la libertà di parola rappresentino una minaccia mortale per il partito e che, una volta che il popolo cinese sarà materialmente più ricco, sarà d’accordo con l’affermazione del partito che il socialismo cinese è superiore al capitalismo occidentale. Come disse il primo riformatore Zhao Ziyang – poi caduto in disgrazia per la sua opposizione al massacro di Tiananmen: “Stiamo creando zone economiche speciali, non zone politiche. Dobbiamo sostenere il socialismo e resistere al capitalismo”. 

Come finirà questa vicenda? IN ottobre, col Congresso del Partito, sapremo se il pugno di ferro di Xi lo rifarà Presidente; o se lo detronizzeranno gli insuccessi nel campo economico, la disastrosa gestione del Covid, e lo scontento popolare. Questa debolezzadella Cina, quando avrebbe potuto, e forse dovuto, rappresentare un terzo potere di mediazione nel processo di pace e nella costruzione di un più equo e stabile equilibrio internazionale, non é certo una notizia rassicurante.

Nell’immagine di copertina la sala del Congresso del Pcc . Nel testo: Xi Jinping

 

 

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