Caos afgano: la guerra infinita

di Emanuele Giordana

Non è ancora chiaro quante siano effettivamente le vittime dell’attacco all’hotel Intercontinental di Kabul, iniziato nella serata di sabato 21 gennaio e conclusosi solo dopo 17 ore e con  l’intervento delle forze speciali (secondo l’emittente ToloNews, i morti sarebbero oltre 40 con oltre una decina di stranieri tra loro). Quel che è invece chiaro è non solo che la guerra afgana è tutt’altro che archiviabile, ma che sta anzi conoscendo un’escalation. Sia da parte talebana (i mujahedin di mullah Akhundzada hanno rivendicato l’attacco all’albergo), sia da parte governativa e soprattutto americana (i raid degli alleati sono triplicati rispetto al passato), sia da parte di nuovi attori (lo Stato islamico, autore di stragi cicliche da oltre due anni a questa parte).

Tra attentati e raid aerei il processo negoziale sembra non riuscire a fare passi avanti: i talebani hanno negato che vi sia stato un incontro informale in Turchia né hanno confermato una visita in Pakistan di membri del loro ufficio politico a Doha, in Qatar, l’unica rappresentanza ufficiale del movimento all’estero. Ribadiscono che non si tratta sino a che resterà una presenza di occupazione straniera nel Paese.

Gli americani, i principali protagonisti della guerra – sostenendo che la loro nuova strategia è propedeutica alla pace – le hanno impresso un’accelerazione che va di pari passo con la messa in mora del Pakistan, cui Washington ha negato il rinnovo di fondi per il suo apparato militare, accusando Islamabad di non fare abbastanza contro la guerriglia afgana. La ricetta Trump, concordata con l’élite militare del Pentagono e col governo di Ashraf Ghani (che sostanzialmente la subisce), sostiene che i raid metteranno in difficoltà la guerriglia mentre lo strangolamento del Pakistan lo obbligherà a spingere i talebani a più miti consigli. Ma per ora gli effetti – di cui l’attentato di sabato è una cartina al tornasole – non sono esattamente positivi. Può darsi che i pachistani faranno di tutto per avere riaperti i cordoni della borsa statunitense ma può darsi anche che una sorta di orgoglio nazionale li spinga sempre di più nelle mani di cinesi e russi. Infine, pensare che Islamabad abbia un’influenza determinante sui talebani può essere illusorio. Un po’ come credere che Pechino possa convincere il leader coreano Kim Jong-un, su cui i cinesi hanno influenza ma non l’ultima parola. Le cose non sono mai così semplici e lineari.

A complicare il pasticcio afgano c’è anche la posizione degli Usa con l’Iran. Stringere Teheran nell’angolo, mettendo in discussione l’accordo sul nucleare, può far contenti i sauditi ma può spingere gli iraniani a serrare i ranghi e a giocare su più tavoli. E quello afgano è uno di quelli a portata di mano. Quanto all’Italia, che come altri Paesi europei ha soldati nel Paese, non è in agenda una revisione della strategia che di fatto, come nel caso del governo di Kabul, fa si che gli alleati europei e della Nato si limitano ad accettare – e indirettamente a sostenere – le scelte americane. Il conflitto per ora prosegue senza spiragli.

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