Ciad, fuoco sui civili e sulla democrazia

Proteste, violenza e morte hanno segnato la data che avrebbe dovuto riportare il Ciad sulla via per del ritorno allo stato di diritto e alle libertà civili

di Marta Cavallaro

Lo scorso 20 ottobre doveva essere il giorno in cui il Ciad avrebbe posto fine al regime militare del generale Mahamat Idriss Déby per reinstaurare la democrazia. Le cose, purtroppo, non sono andate così. Quando centinaia di persone sono scese in piazza per chiedere a Mahamat Déby di rispettare le promesse e lasciare il potere, la repressione delle forze governative è stata feroce: a seconda dei bilanci, il numero dei morti è compreso tra cinquanta e settanta. Come siamo arrivati a questo punto?

Il Ciad è da tempo preda di un conflitto interno che coinvolge forze governative e una decina di gruppi ribelli diversi. Con il cessate il fuoco nella guerra in Libia raggiunto nel 2020, diversi mercenari e gruppi armati si sono spostati verso Sud, aumentando l’instabilità nel Paese. L’offensiva portata avanti dal Fronte per il Cambiamento e la Concordia (FACT) tra aprile e maggio 2021 ha ucciso l’ex Presidente Idriss Déby Itno, al potere dal 1990. Alla sua morte, suo figlio Mahamat Déby ha ereditato il potere a capo di un consiglio militare che avrebbe dovuto guidare il ritorno alla democrazia all’indomani di un periodo di transizione di 18 mesi.

Le proteste scoppiate il 20 ottobre sono state soltanto il picco più evidente di tensioni che si accumulavano da mesi, date dalla consapevolezza crescente che le promesse della giunta non sarebbero state rispettate. Dopo 5 mesi di negoziati tenutesi a Doha tra gli uomini di Mahamat Déby e i gruppi ribelli ciadiani, un accordo era stato raggiunto quest’estate per lanciare a fine agosto il tanto atteso Dialogo nazionale che avrebbe riunito i principali attori da cui dipende il futuro del Paese. Circa 40 gruppi ribelli e più di 1400 membri delle forze armate, della società civile, dei sindacati e dei partiti d’opposizione si erano ritrovati il 20 agosto a N’Djamena per risolvere le questioni al cuore del ritorno ciadiano alla democrazia.

L’obiettivo dei colloqui era definire i termini e le condizioni per una pace duratura, riformare le istituzioni statali, redigere una nuova Costituzione e stabilire le regole del gioco per le elezioni. Nello specifico, era necessario definire se ai membri della giunta militare sarebbe stata concessa la candidatura alle elezioni. Un’impresa non da poco, che è stata ulteriormente ostacolata dall’assenza di attori centrali nel panorama politico e militare del Paese. FACT, gruppo ribelle protagonista, ha boicottato il Dialogo decidendo di non prendervi parte. La scelta seguiva le critiche mosse contro i negoziatori dell’accordo di Doha, accusati di non aver prestato attenzione alle richieste del gruppo armato sul rilascio di alcuni prigionieri e sulla necessità che alla giunta militare non fosse concesso di partecipare alle elezioni. L’altra grande assenza era quella di diversi partiti d’opposizione ed esponenti della società civile, che accusano i militari di aver commesso gravi violazioni di diritti umani nel paese e di voler sfruttare il processo di transizione per preparare la candidatura di Mahamat Déby alla presidenza. Tutto ciò aveva intaccato le speranze di un rapido accordo di pace, sollevando dubbi sulla legittimità del Dialogo e mettendo in luce la generale mancanza di inclusività nel Paese.

Le decisioni con cui il Dialogo si è concluso lo scorso 8 ottobre hanno confermato i dubbi e aumentato le tensioni. Le elezioni sono state posticipate, estendendo di ben due anni il periodo di transizione, e Mahamat Déby è stato riconfermato come Capo di stato con il potere di nominare al suo fianco un nuovo Primo Ministro. Alla giunta è stata concessa la possibilità di partecipare alle prossime elezioni, quando e se saranno organizzate. Il 12 ottobre la giunta ha nominato Saleh Kebzabo, leader dell’opposizione, come nuovo Primo Ministro dopo le dimissioni di Albert Pahimi Padacke, che era stato nominato l’anno scorso all’instaurarsi del regime militare di transizione.

Mahamat Déby

Il 20 ottobre, giorno in cui Mahamat Déby avrebbe dovuto cedere il potere, le cose sono precipitate velocemente. Dopo la repressione delle proteste il Presidente ha ordinato la sospensione delle attività di sette partiti e ha bandito Wal+kit Tama, coalizione della società civile scesa in piazza che mesi fa si era rifiutata di partecipare al Dialogo accusando le forze armate al potere di violazioni di diritti umani. Il Governo ha anche dichiarato lo stato di emergenza sulla capitale N’Djamena e in due città del Sud, Moundou e Koumra, consentendo ai rispettivi governatori di prendere tutte le misure necessarie per sedare le proteste.

Insomma, la paura della popolazione e della società civile sulla possibilità che i militari continuino a mantenere il potere si concretizza ogni giorno di più. Secondo Enrica Picco, analista dell’International Crisis Group, le proteste non ci devono cogliere di sorpresa. La frustrazione e il malcontento dell’opposizione crescono da mesi ed erano già evidente all’inizio del Dialogo, organizzato da una giunta che non dava segni di voler abbandonare il potere al termine dei 18 mesi concordati. L’estensione del periodo di transizione ha ulteriormente abbassato il morale: se la promessa è stata infranta una volta, cosa impedisce ai militari di rifarlo di nuovo in futuro?

Il timore di un regime militare privo di scadenze credibili risuona in un contesto regionale in cui le forze armate al governo, non più eccezione, stanno diventano la norma. I golpe consecutivi in Burkina Faso e Mali, due Paesi che hanno recentemente visto generali spodestare altri generali, insegnano che neanche i militari al potere possono considerarsi al sicuro una volta persa la legittimità. I golpe nei golpe che si sono susseguiti nei vicini di casa forniscono lezioni importanti che Mahamat Déby e i suoi uomini farebbero forse bene ad imparare.

La mappe in copertina e nel testo sono di Reliefweb

 

 

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