di Andrea Tomasi

La prossima guerra mondiale sarà quella per l’acqua, ammesso che non sia già in corso. Si parla del controllo dei bacini idrografici in territori che sono già teatro di tensioni politiche tra Paesi. Lookoutnews ha disegnato una mappa dei punti strategici per il controllo dell’acqua.
Medio Oriente. «Le acque contese sono quelle del fiume Giordano e dei pozzi sotterranei della Cisgiordania, dai quali dipende il mantenimento dall’agricoltura e dell’industria israeliana». Solo il 3% del bacino del Giordano è in terra israeliana. Lo Stato della stella di Davide sfrutta il 60% della portata. A farne le spese sono i vicini libanesi, siriani, giordani e palestinesi.
Con la Guerra dei Sei Giorni del 1967 (quella in cui Israele occupò le Alture del Golan e la Cisgiordania) lo Stato Ebraico ottenne il controllo delle risorse idriche del Golan (acqua dolce), sul Mare di Galilea e sul fiume Giordano.
Stando ai dati della relazione «Acqua e conflitto arabo-israeliano», pubblicata dall’Osservatorio Eco Sitio nel 2006, «mentre ai palestinesi non è permesso scavare pozzi che superino i 140 metri di profondità, quelli israeliani possono arrivare fino a 800 metri». «Il risultato – scrive Biagino Costanzo – è che le popolazioni palestinesi hanno accesso solo al 2% delle risorse idriche della regione. L’acqua è dunque una questione chiave nel processo di pace del Medio Oriente».
Africa. L’area più «calda» è quella del Nilo, che attraversa dieci Paesi africani (Etiopia, Sudan, Egitto, Uganda, Kenya, Tanzania, Burundi, Rwanda, Repubblica Democratica del Congo ed Eritrea) e dove si procederà con i lavori per la costruzione della diga più grande del Continente Nero, la Grand Ethiopian Renaissance Dam (in prima fila, fra i costruttori, c’è la società italiana Salini Impregilo).
«Le acque del Nilo hanno un bacino di utenza che nel 2025 potrebbe arrivare a 859 milioni di persone. Secondo la Fondazione per l’Investigazione delle Scienze, la Tecnologia e la Politica delle Risorse Naturali, il Nilo Bianco (che nasce in Burundi) e il Nilo Azzurro (che nasce in Etiopia) sono stati motivi di tensione permanente tra Egitto, Etiopia e Sudan».
Nel 1970, per ultimare la diga di sbarramento di Assuan, l’Egitto determinò lo sfollamento di 100mila sudanesi. Immaginabili le conseguenti tensioni. L’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese bloccò ogni tentativo di costruzione del Canale di Jongle (progetto egiziano-sudanese). Negli anni Sessanta l’Egitto stoppò un prestito internazionale per 29 dighe, pensate per uso idroelettrico e per l’irrigazione sul Nilo Azzurro per l’Etiopia.
Qualche segnale di distensione c’è stato ma oggi appare datato: nel 1999 in Tanzania si è tenuta una conferenza regionale dedicata alle acque della Foce del Nilo. «I dieci Stati partecipanti hanno sottoscritto un accordo strategico per superare i loro conflitti: un piano per ottenere uno sviluppo socio-economico sostenibile mediante l’utilizzo equo delle risorse idriche, riconoscendo i diritti di tutti gli Stati costieri all’utilizzo delle risorse del Nilo per promuovere lo sviluppo dentro le sue frontiere».
Anatolia. Qui Turchia, Siria e Iraq condividono i fiumi Tigri ed Eufrate. Il Governo turco, in occasione del Terzo Forum Mondiale dell’Acqua ospitato a Città del Messico nel marzo del 2006, fece conoscete la propria linea: il petrolio dell’Iraq, l’acqua della Turchia». E in prospettiva la seconda potrebbe valee di più Il continuo conflitto tra governo turco e curdi ha portato il primo a minaicciare la Siria (era il 1989) «di tagliare il rifornimento d’acqua se non avesse espulso dal suo territorio i gruppi insorti del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) che lottavano per la nascita del Kurdistan, uno Stato autonomo curdo. Nel 1990 la Turchia finì la diga di Ataturk, che travasa acqua verso il sud della Turchia per irrigare 1,7 milioni di ettari di terre coltivate. Si teme che nel futuro la portata delle acque dell’Eufrate in Iraq calerà dell’80-90%».
In tempi più recenti, in occasione del Quinto Forum Mondiale dell’Acqua di Istanbul (era il 2009), si è spauto che «le strutture idriche in Iraq, in seguito all’occupazione delle truppe statunitensi, britanniche e di altri Paesi, hanno sofferto gravissimi danni, anche se avrebbero dovuto essere protette dalle leggi internazionali». La cosa – fa notare Lookoutnews – ci tocca direttamente come italiani, visto che la riparazione della diga di Mosul è stata affidata alla società italiana Trevi e per proteggerla è previsto l’utilizzo di 450 soldati italiani: un presidio – si dice – necessario contro eventuali attacchi terroristici di matrice islamica.
Altre zone a rischio, in materia di acqua, sono Kazakhstan, Kyrgyzstan e Uzbekistan, attraversati dal fiume Syr Daya, che affluisce nel Mare di Aral). Poi ci sono Cambogia, Laos, Vietnam e Thailandia, bagnati dal fiume Mekong «molto sfruttato per la pesca». Come accennato, sullo sfondo c’è lo spettro del terrorismo. E l’Unione europea cosa fa? L’Ue si sta attivando in materia di predisposizione e reazione agli attentati biologici e chimici. «Per accrescere la sicurezza e la fiducia nell’individuazione tempestiva di agenti infettivi e sostanze tossiche, nel contesto del programma di sicurezza sanitaria vengono promossi i sistemi a barriere multiple». Ma quali sono gli strumenti della «Comunità internazionale» per difendere la risorsa acqua nei vari Paesi, non solo quelli del Terzo Mondo? L’Onu: ha a disposizione due strumenti: la Convenzione sugli usi non navigabili dei fiumi e la Convenzione sulle acque transfrontaliere dell’Unece (nata a livello europeo ma ora aperta anche agli altri Stati, attualmente presieduta dall’Italia). «Entrambe vincolanti ma solo per i Paesi che le hanno ratificate. E ne mancano molti» racconta Sara Gandolfi che, sul Corriere della Sera, lo scorso anno ha chiesto a András Szöllösi-Nagy, a capo del World water forum, come si compensa il danno provocato da una diga sul naturale ciclo idrogeologico. «A volte è solo un danno economico, a volte ambientale. Spesso è solo un gioco di potere», spiega l’ungherese. Andrea Merla, ex manager del Global environment fund, nato in seno alla Banca mondiale e diventato poi un fondo autonomo per le Convenzioni sull’ambiente, dice che nei prossimi trent’anni, il fiume Giallo e lo Yangtze, il Gange e l’Indo, l’Eufrate e il Giordano, il Nilo e molti altri fiumi soffriranno una riduzione di portata del 25-30%, a causa dei cambiamenti climatici. E intanto? «E intanto – si legge sempre sul Corriere – crescerà la domanda di acqua per energia, agricoltura e usi domestici. Le tensioni potranno presto spostarsi dalla superficie al sottosuolo. Circa il 99% dell’acqua dolce presente sul pianeta è infatti immagazzinata negli acquiferi. E il 40% dell’umanità attinge proprio a queste riserve sotterranee per procurarsi l’acqua per vivere. In alcune zone i pozzi sono poco profondi, in altre si utilizzano le tecniche di estrazione del petrolio per arrivare all’«oro blu» fino a centinaia di metri sotto il suolo»

http://www.lookoutnews.it/acqua-guerra-medio-oriente-africa-asia/

http://www.corriere.it/esteri/15_marzo_09/expo-inchiesta-guerra-acqua-f21b9c22-c66d-11e4-80fc-ae05ebe65fb1.shtml

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