I giorni della locusta

Le sicurezza alimentare di 20milioni di persone sta subendo gli effetti di una combinazione tra il conflitto dello Yemen e il cambiamento climatico, che sono alla base degli anormali sciami degli insetti

di Elia Gerola

Gli Stati del Corno d’Africa sono soggetti alla più grave invasione di locuste degli ultimi 25/70 anni e la sicurezza alimentare di 20 milioni di persone è “sull’orlo di una crisi”. Questo l’allarme accorato lanciato sin da gennaio dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao) alla comunità internazionale. Etiopia, Somalia, Eritrea, Kenya e Uganda (come mostra la mappa) sono attanagliate da questa minaccia pestilenziale, di eco biblica. Le locuste, della cui pericolosa presenza vi avevamo già parlato, sono delle voraci cavallette, che possono acquisire la capacità di volare e muoversi in nugoli formati da centinaia di migliaia di esemplari, percorrendo fino a 150 km al giorno. Ora il pericolo è che giungano massicciamente anche in Sud Sudan, Sudan, Tanzania e Repubblica Democratica del Congo. Nell’ultimo Paese, come nota Samuel Gebre su Bloomberg, le locuste non comparivano dal 1944. Qualcosa sta cambiando.

Secondo la Fao, uno sciame di “locuste del deserto” (quelle in questione) che copre una superficie di circa 1 km² sarebbe composto da almeno 40 milioni di esemplari, che in un solo giorno avrebbero la capacità di divorare il quantitativo di colture che sfamerebbe ben 35 mila persone. Questi insetti infatti distruggono le colture procurando gravi danni alimentari ed economici. In aree di già pesante insicurezza alimentare, come ad esempio in Somalia, rappresentano quindi una grave minaccia per l’agricoltura di sussistenza dei villaggi rurali. In Kenya, dal quale viene esportato il maggior quantitativo di Tè Nero poi bevuto nelle tazzine di tutto il resto del Pianta, il danno rischia di essere soprattutto economico, come nota invece Bloomberg. I volumi di valuta estera che affluiscono a Nairobi grazie alle foglie della popolare bevanda sono infatti secondi solo alle rimesse inviate dalle migliaia di kenioti che lavorano all’estero. Vi è poi il pericolo che le cavallette attacchino le coltivazioni da foraggio, senza le quali i piccoli allevatori si vedrebbero privati dei nutrienti per il proprio bestiame, mentre i grossi allevamenti intensivi dovrebbero spendere maggiore denaro per sfamare i propri capi.

©FAO/Sven Torfinn. Kenya, 2020.

Insomma la posta in gioco è elevata, il rischio è infatti quello di un’escalation della situazione, secondo un climax mortale di: insicurezza alimentare acuta, carestia, crisi umanitaria. La preoccupazione, ha spiegato ai microfoni della BBC Dominique Burgeon, è quella “di dover fornire una massiva assistenza alimentare per una situazione di crisi umanitaria.” Il responsabile delle emergenze Fao aggiunge poi, che in una situazione di già “acuta insicurezza alimentare, il rischio di una carestia non è mai troppo lontano”. Sebbene sciami di locuste siano attualmente presenti anche in regioni di Yemen, Pakistan, India e Iran, la minaccia è elevata soprattutto per i 20milioni di persone che sono già considerate affette ad insicurezza alimentare nel Corno d’Africa. Il rischio è appunto quello dell’insorgenza di una grave “crisi umanitaria,” che vedrebbe collassare la già precaria catena alimentare.

DG QU Dongyu  ©FAO/Farooq Naeem.

Il Direttore Generale della Fao, Qu Dongyu, è stato molto netto:“Combattere le locuste è solo metà della battaglia. L’altra metà consiste nell’aiutare le persone colpite”. Rimarcando così implicitamente la missione dell’agenzia Onu nata nel 1945 in Canada e poi trasferitasi a Roma nel 1951, quella di liberare la popolazione mondiale dalla fame (#ZeroHunger), garantendo quella che in base al concetto di “sicurezza umana” (Human Security) elaborata nel 1994 dall’Undp, sarebbe la dimensione della cosiddetta “sicurezza alimentare”. Il motto Fao a questo proposito è paradigmatico: “Fiat Panis,” letteralmente “che ci sia il pane”. Da quest’ultima condizione dipendono poi le altre dimensioni della sicurezza di ogni individuo, quella economica e quella sanitaria. Oltre alla sorveglianza tecnica e alla possibilità di avere un forum internazionale per trattare queste tematiche, la Fao è stata creata anche come “strumento” atto a migliorare il coordinamento tra gli Stati coinvolti e per fungere da fornire ora know-how tecnologico, ora training agli operatori locali dei Paesi affetti da crisi come quella attuale. Tuttavia, specie per Stati ancora in via di sviluppo, l’agenzia Onu ricopre l’importante ruolo attivo di attrattore e ridistributore di risorse economiche, nonché di monitoraggio dei prezzi del cibo a livello globale.

Per fronteggiare in maniera efficace questa specifica crisi, la Fao ha ad esempio stimato che servirebbero almeno 138 milioni di dollari. La Germania ne ha già donati 23, gli Stati Uniti 8. In totale sono stati quindi trovati 69 milioni di dollari, solo la metà di quelli necessari per: arrestare innanzitutto la diffusione della piaga, salvaguardare la sussistenza delle popolazioni colpite promuovendone la resilienza tramite un veloce recupero, e infine assicurare che tutto ciò venga realizzato in maniera coordinata e non si ri-verifichi nel breve periodo.

La posta in gioco nel garantire la sicurezza alimentare (food security) consiste infatti, come spiegano Bartolucci e Gallo in “Capire il conflitto, costruire la pace” in un triplice sforzo: (1) nell’assicurare la disponibilità di cibo in termini di quantità prodotta in rapporto alla popolazione di una data area; (2) nel fare sì che chiunque possa sfamarsi recuperando mezzi alimentari tramite un’economia sia essa di mercato piuttosto che di sussistenza; (3) nel permettere agli individui di assumere un apporto giornaliero quantitativamente e qualitativamente sufficiente ed equilibrato di nutrienti.

Sciame di locuste in Kenya 2020, FAO/Sven Torfinn.

La guerra civile yemenita e gli effetti del cambiamento climatico sarebbero le cause scatenanti di questa piaga. La minaccia delle locuste non è infatti nuova nelle are desertiche/semi-desertiche del Corno d’Africa, della Penisola Arabica e del Medio Oriente. Cionondimeno, il Corno d’Africa soprattutto, starebbe vivendo una congiuntura politico-ambientale unica. Come preventivato dall’Ipccc, l’ente Onu che monitora e prevede i cambiamenti climatici, le manifestazioni di cicloni e tempeste d’acqua sono state particolarmente intense e frequenti negli ultimi mesi. Come spiega infatti il National Geographic, l’elevata piovosità ha favorito la riproduzione abnorme delle locuste, che da animali solitari e privi della capacità di volo si sono ritrovati in importanti raggruppamenti, venendo indotti quindi dall’effetto ormonale a sviluppare la capacità del volo e ad aggregarsi in veri e propri sciami famelici. Lo squilibrio del cosiddetto “Dipolo dell’Oceano Indiano”, un gradiente di temperatura differente tra area costiera e oceanica, sarebbe alla base della corrente situazione meteorologica.

Etiopia, sciame di locuste all’orizzonte, ©FAO/Petterik Wiggers.

Il disequilibrio ambientale dovuto al cambiamento climatico avrebbe richiesto azioni di sorveglianza e prevenzione particolarmente solerti e mirate nello Yemen, dove normalmente le locuste hanno origine massiccia. Tuttavia ciò non è stato possibile a causa del corrente conflitto civile, ormai incorso da anni, come riportiamo nella nostra scheda conflitto, motivo per il quale le finanze e la sicurezza necessarie per svolgere tale attività sono venute semplicemente meno, come hanno spiegato gli addetti ai lavori agli inviati di Aljazeera e Reuters. Se quindi coltivare è per lo più impossibile nello Yemen, la popolazione locale più povera ha salutato la situazione quasi come una manna dal cielo, dato che le locuste possono trasformarsi in un pasto gratuito o quasi, e ricco di proteine, sostitutivo quindi della carne scarsa o comunque carissima. La situazione incontrollata ha permesso però a sciami di locuste adulte di accumularsi lungo le sponde del Mar Rosso e del Golfo di Aden, da dove i forti venti delle tempeste particolarmente intense e frequenti, li hanno trasportati fino alle coste africane. E’ l’intensità del fenomeno che questa volta è unica dunque, non il suo verificarsi, infatti le locuste sono una specie autoctona di queste regioni.

Se la situazione non venisse affrontata con misure disinfestanti, ha avvertito la Fao, si rischierebbe di permettere alle locuste di riprodursi liberamente e di aumentare la propria numerosità fino a 400 volte. Come riporta Un News le conseguenze potrebbero essere drammatiche, molti stati coinvolti sono infatti già colpiti da conflitti come Somalia, RDC, e Sud Sudan. I costi della non-azione sarebbero 15 volte più alti rispetto a misure immediate, “c’è ancora una finestra d’opportunità”, hanno redarguito i funzionari delle Nazioni Unite. Attualmente una carestia sembra distante, ma oltre alle morti immediate ad essa connesse, potrebbero inasprirsi i confitti locali, le lotte per l’approvvigionamento del cibo, così come i volumi di persone costrette a migrare per sfamarsi e non morire di fame. Che infatti i disastri naturali e ambientali possano ingenerale effetti a cascata reciprocamente rinforzanti che possono dare vita a conflitti, persino a guerre e quindi ad ulteriori danni al già fragile ecosistema sia ambientale che sociale non è una novità, come vi avevamo raccontato in “Ambiente: vittima e causa di conflitto”.

13 February 2020, Gilgil, Kenya, ©FAO/Luis Tato.

Come agire quindi? Per un po’ il dilemma è sembrato essere quello tra lo schierare anatre cinesi (almeno in Pakistan) o l’impiegare dei classici pesticidi. Ebbene si, è rimbalzata su tutte le principali agenzie stampa internazionali la notizia, che dato che anche il Pakistan, alleato della Cina, aveva proclamato emergenza agricola a causa delle locuste, Pechino avrebbe inviato un’armata di 100 mila di anatre, che avrebbero letteralmente mangiato gli insetti infestanti. La voce, di questo si trattava, è poi rientrata, nonostante circa due decadi fa la Cina stessa avesse effettivamente adottato, con apparente successo questa tecnica nello Xinjiang, e gli ambientalisti avessero applaudito alla sostenibilità ambientale di una tale approccio al problema. Nel caso ve lo stesse chiedendo, le anatre sarebbero migliori dei polli, le prime riuscirebbero infatti a mangiare, ciascuna, fino a 200mila locuste al giorno, contro le “sole” 70 dei secondi, sempre secondo quanto riportato dal Guardian.

Somalia, 2020, ©FAO/Ismail Taxta.

La Fao, il governo pakistano così come quelli africani hanno  optato per il classico approccio chimico tramite insetticidi. Proprio l’agenzia Onu in molti casi consiglierebbe i prodotti più sostenibili da impiegare, fornirebbe l’equipaggiamento necessario per disperderli nell’ambiente in maniera sicura per la salute degli operatori e darebbe indicazioni sulle tecniche da impiegare. In molti casi, come ad esempio in Kenya, sono stati formati appositamente i giovani cadetti del National Youth Service (vedi foto sopra), che armati di spray, mascherine, occhiali protettivi e tuta, vanno a disinfestare le campagne. Talvolta vengono impiegati anche aerei per raggiungere le zone più impervie e densamente occupate da locuste.

Somalia, 2020, ©FAO/Ismail Taxta.

Non sempre però le condizioni economiche e politiche dei Paesi in questione permettono l’implementazione di tali politiche. Due sono i casi emblematici in tal senso. In Etiopia come riporta il The Globe and Mail, il Governo è in serie ristrettezze finanziarie e si è quindi potuto permettere di affittare solo 4 aerei, mentre il rifornimento di pesticidi prodotto dall’unica fabbrica presente a livello nazionale starebbe finendo. In Somalia invece, le operazioni anti-locuste non sono possibili su tutto il territorio a causa della presenza di milizie armate come l’islamista al-Shabaab, che non coopera con il Governo centrale di Mogadisco, tenendo però sotto scacco alcune aree del territorio nazionale. Per non risultare da meno rispetto al Governo centrale, i miliziani hanno quindi provato a sparare colpi d’artiglieria e mitragliatori contro gli sciami. Il scarso successo e gli effetti collaterali sono facilmente immaginabili.

Yemen, 2019, ©FAO/Mohammed Abdulkhaliq & Ameen Alghabri.

La Fao continua a ripetere che bisogna fare presto: mobilitare le risorse economiche necessarie e agire responsabilmente e tempestivamente sul campo, con misure di controllo. Il problema delle locuste infatti non rispetta i confini politici degli Stati, è intrinsecamente internazionale e per tanto richiede responsabilità da parte dei governi coinvolti: cooperazione e coordinamento, come spiega in un articolo accademico Michel Lecoq. Uno sciame di locuste nato nello Yemen può arrivare in Africa e da uno Stato qualsiasi migrare in tutti gli altri circostanti, deponendo uova, riproducendosi e devastando l’indotto agro-pastorale. E’ inoltre cruciale agire in una finestra di tempo ben precisa, ovvero quando le locuste sono ancora incapaci di volare e quindi appiedate. Per colpirle nel momento di massima vulnerabilità bisogna però poterle localizzare e poi disporre degli strumenti tecnici adeguati per monitorarne il ciclo vitale, in media lungo 3 mesi.

La Fao e l’Onu hanno riconosciuto che i 138milioni di dollari necessari sono una cifra importante ma altamente necessaria; hanno infatti spiegato che se la situazione non venisse affrontata al più presto, i costi potrebbero moltiplicarsi di un fattore 15, causando non solo ingenti danni economici, ma soprattutto vittime in termini di vite umane, ad oggi ancora evitabili. In passato, come ricorda infine il National Geographic, vi sono già state carestie indotte da questo genere di minaccia, e tutta l’Africa sahariana e sub-sahariana ne potrebbe essere ancora potenzialmente vittima. Verso la metà del XX secolo alcuni sciami sono persino riusciti a giungere, grazie al vento e alla straordinaria resistenza fisica dei loro componenti, fino ad alcune isole caraibiche.

 

Le immagine impiegate nell’articolo sono tutte disponibili su flickr.com e soggette a “Editorial use only. Copyright FAO”. In copertina: 21 January 2020, Lekiji, Samburu County, near Wamba, Kenya: ©FAO/Sven Torfinn. Editorial use only. Copyright FAO.

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