“Non vogliamo lasciare Sheikh Jarrah”. Voci da Gerusalemme Est

Gli sfratti e le proteste che ne sono seguite hanno riacceso il conflitto. L'intervista a una delle abitanti del quartiere

di Alice Pistolesi

Gli sfratti dal quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est e la protesta che ne è seguita rappresentano il cuore di questa nuova fase del conflitto israelo-palestinese. Le famiglie che da oltre sessant’anni abitano in quella zona si sono trovate al centro di una disputa che con il passare dei giorni ha superato sempre più i confini del quartiere per diventare una questione di ben più ampio respiro. Una di quelle scintille che è impossibile placare.

Per capire la posizione di chi quel quartiere lo vive abbiamo rivolto alcune domande a una delle abitanti, che per la sua sicurezza personale ci ha chiesto di poter rimanere anonima.

Da quanto tempo la sua famiglia abita a Sheikh Jarrah?

La mia famiglia abita nel quartiere di Sheikh Jarrah dal 1956, dopo l’accordo tra il governo giordano e l’Unrwa. Siamo una delle 28 famiglie rifugiate che beneficiarono di quell’accordo. Quando mio padre arrivò in questa casa aveva solo cinque anni.

Quando vi hanno detto che dovete lasciare la casa?

Dal 1956 il governo giordano disse ai residenti che sarebbe andato avanti e avrebbe registrato le case dopo tre anni, ma il governo giordano non l’ha mai fatto. Poi arrivò la guerra del 1967, i giordani persero il controllo su Gerusalemme e iniziò il controllo di degli israeliani. Per alcuni anni tutto andò bene, ma nel 1972 due organizzazioni di coloni iniziarono una battaglia legale contro di noi, sostenendo che la terra su cui sono costruite le nostre case fosse loro. Da quel momento abbiamo affrontato la cosa udienza su udienza. Nell’ottobre del 2020 abbiamo infine ricevuto gli avvisi di sfratto per 7 famiglie, 4 per il mese di maggio e 3 in agosto.

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Avevate mai pensato di lasciare Gerusalemme?

No, non ci abbiamo mai pensato. Questo è quello che vorrebbe Israele, vorrebbe che ce ne andassimo da Gerusalemme, ma noi restiamo. Se alla fine ci sfratteranno troveremo un altro posto in cui abitare, ma sempre qui. Ci auguriamo però di poter restare nella nostra casa. Abbiamo tutti i documenti che provano che la terra in cui è stata costruita la casa e la casa stessa ci appartengono.

Cosa pensi di quello che sta succedendo in questi giorni?

L’appoggio che abbiamo ricevuto ci ha rincuorato. Abbiamo manifestato non solo contro gli sfratti ma anche contro la discriminazione. Israele ha usato metodi inumani per separare i manifestanti, per mandarli via dalla vicinanze di Sheikh Jarrah. Ha usato polizia a cavallo, gas, bombe acustiche, lacrimogeni, proiettili di gomma. Hanno usato idranti speciali con un’acqua appiccosa che si attacca ai manifestanti, alle case. Odora in modo orribile e rimane attaccata alla pelle delle persone e alle case per giorni.

Si aspettava che la situazione diventasse così drammatica?

Sì me lo aspettavo, anche se in fondo stiamo combattendo per i diritti umani, per la nostra casa, per il nostro diritto a vivere in un posto sicuro. Purtroppo credo che la situazione possa diventare ancora più drammatica e che l’escalation possa anche peggiorare. Non capisco perché Israele stia usando questa violenza e compia questi attacchi contro la gente che prega, che si trova pacificamente in moschea. Non c’è nessuna ragione logica dietro questa violenza.

Com’è stato per la sua famiglia vivere in questi anni a Sheikh Jarrah. Avete avuto altre volte problemi con Israele?

Come dicevo i primi problemi sono iniziati nel 1972, ma la situazione è peggiorata notevolmente dal 2008-2009, quando ci sono stati i primi sfratti di nostri vicini e sono venuti ad abitare nei pressi della nostra casa alcuni coloni. Fin da subito sono iniziate le provocazioni. Impaurivano i bambini con i cani, giravano sempre armati, ci intimidivano come potevano. Da quel momento la nostra vita è cambiata, i bambini non volevano uscire di casa e anche noi non ci sentivamo più sicuri. Da quel momento in poi la situazione ha cominciato a precipitare.

Come vede il suo futuro?

Mi sento frustrata, arrabbiata, sento che non non ci stanno trattando come uomini e donne, ma come animali. Siamo disumanizzati, trattati ingiustamente. Credo siano in corso crimini di guerra portati avanti da una potenza occupante. Il diritto internazionale dovrebbe poter fare qualcosa per noi. Mi sento discriminata, mentre credo che il nostro diritto di vivere in maniera sicura sia sacrosanto.

Cosa dovrebbero fare le Nazioni Unite?

Credo che le Nazioni Unite dovrebbero almeno fornire sicurezza alle persone ed esercitare il proprio potere per fermare lo sradicamento delle famiglie dalle loro case. Come occupanti non possono demolire, sfrattare o usare una violenza eccessiva contro gli occupati e questo è ben noto. Dovrebbero quindi condannare la violenza in corso e usare i propri poteri per fermarla.

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