Occhi puntati sul Camerun

Il Paese è schiacciato tra le rivendicazioni del Nord e la violazione dei diritti umani da parte dello Stato centrale. Il punto su violenze ed esodi

Sta per precipitare la situazione del Camerun, sempre più schiacciato tra le rivendicazioni del Nord e l’esercito fedele al governo centrale. Secondo le statistiche dell’International Crisis Group, negli ultimi due anni, sono morte di circa 2mila persone, 500mila civili sono stati costretti a lasciare le proprie case e almeno tre milioni di persone si trovano in stato di grave insicurezza alimentare.

Il 20 maggio, anniversario dell’abolizione del governo federale, i separatisti avevano dichiarato il blocco di ogni attività. Durante la giornata si sono verificati scontri tra l’esercito e il gruppo secessionista anglofono noto come ‘amba boys’, sono stati appiccati incendi da effettivi dell’esercito, e centinaia di persone hanno dovuto lasciare le proprie case. Nei giorni successivi gli animi non si sono stemperati e gli scontri sono continuati senza sosta, provocando vittime, anche tra i bambini, e numerosi scomparsi.

I separatisti della autoproclamata Repubblica di Ambazonia (da Ambas Bay, la baia alla foce del Mungo, il fiume che durante il colonialismo segnava il confine tra le aree a dominazione inglese e francese) hanno annunciato la propria indipendenza nell’ottobre del 2017 e, dopo anni di trattative con il governo centrale, hanno optato per la scelta armata. Nel 2016, infatti, la richiesta di un uso più equo della lingua inglese nei tribunali e nelle scuole nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e Sud-Ovest era partita in maniera pacifica con proteste e manifestazioni. La richiesta di diritti è però presto degenerata. Circa un quinto dei 22 milioni di abitanti del Camerun parlano inglese: il Paese era una colonia britannica e francese fino al 1960. Attualmente in Camerun, la lingua francese è quella ufficiale ed è quella che si parla nelle scuole.

L’area dell’Ambazonia

I separatisti appartengono alla minoranza anglofona, ma ovviamente, la ragione linguistica è solo una delle molte e più reali motivazioni: quelle economiche. Le due regioni anglofone forniscono le risorse principali al Paese e contribuiscono almeno al 60 per cento del Pil. Sono molto ricche di risorse naturali, specialmente petrolio e olio naturale. Nel territorio si trovano inoltre molti giacimenti di minerali e enormi piantagioni di banani, caucciù, caffè e cacao. Le regioni sono considerate i granai dell’intero Paese. Nonostante questa ricchezza, come spesso accade, le infrastrutture sono pessime e non esistono industrie. La popolazione vive quindi di agricoltura di sussistenza e artigianato. Nel territorio autoproclamato abita circa il 20 per cento dei 23 milioni di camerunesi, in una situazione di coprifuoco.

Nel maggio 2019 anche Human Right Watch è intervenuta sulla situazione del Paese con un rapporto che denuncia le violazioni sistematiche dei diritti umani. Tra queste si rileva “l’uso regolare della tortura e della detenzione illegale” ad opera delle autorità camerunesi nei confronti di attivisti pro-indipendenza. Critiche a cui il Governo ha risposto accusando le ong di essere complici dei separatisti. Il rapporto Hrw prosegue denunciando che nel sud-ovest e nel nord-ovest, le forze di sicurezza del governo hanno commesso esecuzioni extragiudiziali, bruciato proprietà, compiuto arresti arbitrari e torturato i detenuti. Durante gli attacchi, le forze di sicurezza avrebbero sparato e ucciso oltre una dozzina di civili, tra cui almeno sette persone che secondo testimoni avevano disabilità intellettuali, psicosociali o fisiche. Almeno quattro donne anziane sono state bruciate vive, dopo che le forze di sicurezza hanno dato fuoco alle loro case. Inoltre, per citare altri casi: Il 24 e il 27 settembre, nove uomini sarebbero stati giustiziati dalle forze di sicurezza nella città di Buea. A testimoniarlo i video recensiti da Human Rights Watch e da un rapporto del Centro per i diritti umani e la democrazia in Africa, un’organizzazione non governativa locale.

La violenza si applica anche nelle scuole. Per far rispettare i boicottaggi in seguito alle proteste degli insegnanti anglofoni, gruppi separatisti hanno attaccato e bruciato dozzine di scuole, minacciato insegnanti, studenti e genitori, e hanno rapito presidi, insegnanti e studenti. Il caso più eclatante si è verificato nel novembre 2018 e ha visto il rapimento di 79 ragazzi. Questa violenza diffusa ha costretto la maggior parte delle scuole a chiudere nel 2016 e 2017 e, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha), nel 2018 ancora 42.500 i bambini si trovavano fuori dalla scuola.

In tutto questo la lunga tradizione di ospitalità dei rifugiati nel Paese è  venuta a mancare. Moltissimi sono stati i rimpatri forzati e i casi di violenza e abusi, compresa la tortura, contro i richiedenti asilo nelle regioni remote di confine. Il Camerun, infatti, ha rimpatriato forzatamente i richiedenti asilo nigeriani, in fuga dagli attacchi di Boko Haram nel Nord-Est della Nigeria.

(di Red. Al/Pi.)

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