Piccolo Atlante di una Pandemia (Gennaio)

Una panoramica globale sull’evoluzione del virus e soprattutto della risposta di Paesi, Governi, Continenti, Persone

Con questa nuova edizione il Piccolo Atlante di una Pandemia nato il 21 marzo scorso cresce. Con un aggiornamento che diverrà mensile e che intende fotografare non tanto l’evoluzione del virus ma quella della risposta di Paesi, Governi, Continenti, Persone. Un motivo ci spinge a farlo ed è quello di pensare al dopo.

È la crisi economica, sociale e politica più rapida della storia recente, forse di tutta la storia umana. Un anno, un solo anno di Coronavirus ha messo in ginocchio l’intero Pianeta, facendolo tornare indietro nel tempo. Siamo retrocessi – lo dicono le agenzie dell’Onu – nella lotta alla fame e alla povertà, in alcuni casi vanificando le conquiste degli ultimi 25 anni. Siamo in flessione – lo raccontano le organizzazioni umanitarie – nella lotta per affermare i diritti individuali e collettivi, nella costruzione e nel mantenimento di democrazie reali. Siamo paralizzati nella rivoluzione green – lo affermano gli esperti e le associazioni ambientaliste – necessaria per bloccare i cambiamenti climatici.

Spaventa questa pandemia. Ora inizia a spaventare davvero per il “dopo”. Alla fine di gennaio 2021 abbiamo toccato il tetto dei 101milioni di contagiati, con poco meno di 2milioni e 200mila morti. Dati da guerra mondiale, più o meno. La crisi sanitaria è ancora distante dall’essere superata. Si spera nell’efficacia dei vaccini – ormai prodotti da più case farmaceutiche – al netto dei problemi di distribuzione, acquisto, produzione. È stata lanciata la più grande campagna vaccinale della storia dell’umanità, ma anche da questa si evidenzia un problema: il Mondo è spaccato in due. Ci sono i Paesi che possono permettersi il vaccino, perché hanno economie e sistemi sanitari in grado di reggere lo sforzo. Ci sono Paesi che dovranno aspettare la carità o la convenienza altrui per vedere la propria popolazione messa al riparo dal virus.

La pandemia divide ancora di più il Pianeta, scava un solco più profondo fra ricchi e poveri, fra chi riesce a mantenere i diritti e chi li perde o non li ha mai avuti. Spacca Continenti, Paesi, comunità. L’allarme è vero e immediato. Servono subito soldi. Esattamente 29miliardi di euro, cioè 35miliardi di dollari. Lo ha detto – nel dicembre del 2020 – l’ONU. Servono nel 2021 per far fronte alla più grave crisi umanitaria che l’uomo abbia conosciuto negli ultimi decenni.

Se ci pensate è una cifra ridicola. L’Unione Europa ha messo sul tavolo, per la ripresa economica dei 27 Paesi che la compongono, 750miliardi di euro. Nel Mondo, per il riarmo, vengono complessivamente spesi 1,9trilioni di dollari (tradotto: millenovecento miliardi). Quei 29miliardi di euro servirebbero ad evitare la morte certa – per fame, povertà e mancanza di assistenza – di 160milioni di individui, distribuiti in 56 diversi Paesi.

Sono milioni di persone in ginocchio, a causa della Pandemia. Si è bloccata l’economia informale, quella delle piccole vendite per strada. Si sono fermate le rimesse dei migranti, che in alcuni Paesi raggiungono il 20% del Pil. A questo si aggiunge la paralisi del lavoro. Il numero complessivo di persone bisognose di aiuti umanitari – dicono le agenzie – toccherà un nuovo record: 235milioni, con un aumento del 40% in soli dodici mesi. “Questo quadro è il più cupo che abbiamo mai presentato, in termini di future esigenze umanitarie”, ha spiegato Mark Lowcock, responsabile per gli Affari umanitari dell’Onu.

In mezzo a questa macelleria, non si ferma l’altra macelleria, quella delle guerre. Le armi continuano a scrivere la storia: Siria, Libia, Yemen, Sahel, Nagorno Karabakh, Etiopia, Filippine sgranano solo parte della litania delle guerre di questi mesi. Le tensioni continuano ad essere alte. La Cina ha per la prima volta dato ordine alla proprio Marina di considerare nemico chiunque entri nelle acque che ritine proprie. Un atto forte, che mette sull’avviso l’antagonista principale, cioè gli Stati Uniti, impegnati a riposizionare le flotte. Certo, l’arrivo del nuovo presidente a Washington, Biden, apre qualche spiraglio. Ha subito iniziato la lotta al virus – messa in soffitta da Trump – e riportato gli Usa nell’Accordo sul Clima di Parigi. Atti importanti, ma ancora insufficienti per capire se inizierà una politica di distensione con Pechino, se ci sarà un tentativo di accordo con l’Iran, se verranno riallacciati i rapporti con gli alleati europei.

Distensione che Pechino dovrà cercare anche nel Pacifico, dove altri attori si mostrano nervosi. Il Covid 19 ha alzato i toni della conflittualità tra Cina e Australia, iniziata già nel 2017, quando la seconda aveva deciso di bandire, per ragioni di sicurezza nazionale, il 5G della cinese Huawei. Quest’anno, però, si è arrivati al punto più basso delle relazioni fra i due Paesi. Nell’aprile 2020 Canberra ha chiesto all’Oms di indagare le dinamiche che avrebbero portato alla diffusione di Covid 19. Pechino ha risposto imponendo dazi imposti sull’export di grano (+80%), carne, carbone e vino (+200% circa) australiani. Una crisi che sta facendo nascere la voglia, condivisa dalla Nuova Zelanda, di creare un nuovo polo, una nuova aggregazione che metta assieme gli Stati del Pacifico e sappia contrastare lo strapotere cinese.

In queste condizioni, con le democrazie che scricchiolano in Asia Centrale, nell’Est Europa e non solo, con i golpe in Myanmar, le economie ferme di America Latina e Africa, con la corsa al riarmo che non si ferma, affrontiamo altri mesi di Covid 19. Lo dovremo fare contando ancora i morti e sperando che il dopo non sia peggiore della pandemia.

Un lavoro di: Giuliano Battiston, Daniele Bellesi, Raffaele Crocco, Teresa Di Mauro, Lucia Frigo, Elia Gerola, Emanuele Giordana, Alice Pistolesi, Maurizio Sacchi, Luciano Scalettari, Beatrice Taddei Saltini

Il Vicino Oriente resta una Regione instabile e in balìa di questioni sia collegate alla pandemia, che ben precedenti. Diffusione del Covid19 e crollo del prezzo del greggio, come avevamo avuto modo di raccontare già nei precedenti aggiornamenti, hanno provocato nell’area un doppio shock. Al crollo del Pil si è sommato il blocco del commercio, l’interruzione del turismo e la riduzione degli  investimenti diretti esteri. Le guerre da cui è afflitta l’area, sono rimaste dove sono, con tutte le conseguenze connesse. La campagna vaccinale è partita in vari Paesi dell’area, ma come era prevedibile non sta coinvolgendo quelli interessati dai conflitti. Oltre a Israele e Turchia (vedi i paragrafi dedicati), le immunizzazioni sono cominciate nel Kuwait, dove al 28 dicembre lo 0,06% della popolazione ha ricevuto la prima dose del Pfizer-BioNTech, in Arabia Saudita (0,85% al 17 gennaio con il Pfizer-BioNTech), in Oman il (0,58% al 19 gennaio con il Pfizer-BioNTech), in Bahrain (8,47% al 20 gennaio con Pfizer-BioNTech e Sinopharm) e negli Emirati Arabi Uniti (21,85% al 20 gennaio con il Pfizer-BioNTech e Sinopharm). L’Unhcr ha riferito che la Giordania è uno dei primi Paesi al mondo ad aver avviato le vaccinazioni per i rifugiati. “Faccio appello – ha detto l’Alto Commissario, Filippo Grandi – a tutti i Paesi affinché seguano l’esempio e includano i rifugiati nelle loro campagne di vaccinazione alla pari con la popolazione nazionale”.

Israele, vaccinazione (da record) ma non per i palestinesi

Israele è stato tra i primi Paesi al mondo a cominciare l’immunizzazione: entro marzo pare che verrà raggiunta la maggior parte della popolazione, segnando un record a livello globale.  Al 21 gennaio era stato vaccinato, con il Pfizer-BioNTech, il 35,35% della popolazione. Un record che non coinvolge i palestinesi. La denuncia dell’esclusione dai vaccini è arrivata, tra gli altri, anche da dieci organizzazioni umanitarie internazionali, israeliane e palestinesi, nel dicembre 2020.  Intanto l’Autorità Palestinese ha fatto sapere di aver sottoscritto un contratto per ottenere i vaccini per partire entro marzo. In Palestina gli ospedali continuano a soffrire per la mancanza di aiuti e di strumenti e la situazione sanitaria nella striscia di Gaza si fa sempre più preoccupante. A questo si sommano le demolizioni di case di palestinesi a Gerusalemme Est da parte di Israele: 145 quelle distrutte nel 2020 e 21 nei primi 15 giorni del 2021, secondo l’Olp. 

Turchia: pandemia e repressione

Che la Turchia abbia utilizzato la pandemia da Covid19 per approfondire il governo autocratico e mettere a  tacere il dissenso è ormai chiaro. A dirlo, anche Human Rights Watch nel suo World Report 2021.  Nel Paese è partita la campagna vaccinale: in meno di una settimana un milione di persone ha ricevuto la prima dose del farmaco cinese Sinovac, arrivando a coprire, al 21 gennaio, l’1,28% della popolazione. Tra i primi a ricevere il vaccino è stato il Presidente Recep Tayyip Erdogan. Il Paese ha ordinato alla società cinese 10milioni di dosi.

Yemen, si negozia il cessate il fuoco

Nello Yemen la pandemia da Covid 19 che non ha spento né rallentato il conflitto. L’inviato speciale delle Nazioni Unite Martin Griffiths  sta negoziando, da giugno 2020, una Dichiarazione congiunta tra Houthi e governo internazionalmente riconosciuto per arrivare al cessate il fuoco e a un governo di transizione condiviso. Secondo l’Onu, nel 2020, le linee del fronte sono passate da 33 a 47 e l’insicurezza alimentare acuta colpisce ormai metà degli abitanti, mentre l’80% necessita di assistenza umanitaria. Anche prima della pandemia nello Yemen il sistema sanitario funzionava al 50% della sua capacità normale, anche per questo i casi di Covid fin dall’inizio della pandemia praticamente non sono stati tracciati. Nel 2021 si dovrebbe procedere con la vaccinazione, attingendo al Covax, l’iniziativa multilaterale per garantire un accesso giusto ed equo ai vaccini a livello mondiale.

Libano: situazione fuori fuori controllo

In Libano la diffusione del virus è tornata a spaventare. Dal 14 al 25 gennaio nel Paese è stato imposto un lockdown generale, con coprifuoco stretto 24 ore su 24, per la prima volta in maniera rigida dall’inizio della pandemia. L’ufficio di Beirut dell’Oms ha stimato che circa il 90% dei posti letto nelle terapie intensive degli ospedali sono occupati in quasi tutte le regioni del Paese.  Sul fronte vaccinale il Libano dovrebbe ricevere le prime dosi entro la prima metà di febbraio. Il ministro della Salute uscente, Hamad Hassan, ha rassicurato sul fatto che, nonostante la peggiore crisi economica degli ultimi 30 anni, la Banca mondiale ha accordato un credito per acquistare le dosi del vaccino Pfizer-BioNTech e che “sarà distribuito in maniera gratuita ed equa”. In Libano, alla profonda crisi sociale, politica ed economica si sono aggiunti il Covid e la terribile esplosione che ha devastato Beirut il 4 agosto. L’Osservatorio per i Diritti Umani ha dichiarato che nel Paese è in corso “il più drastico deterioramento dei diritti umani in decenni”.

Iraq: crisi economica e sfiducia

L’Iraq sta attraversando una fase di contagio più controllato, anche se in molti temono che i numeri reali siano sottostimati. Il Paese ha ordinato 1,5 milioni di dosi del vaccino Pfizer-BioNtech e prevede di cominciare la campagna vaccinale a marzo. Il 2020 è stato per l’Iraq l’ennesimo trascorso tra crisi economica, sfiducia nel sistema, manifestazioni represse nel sangue, guerra e scontri a vari livelli. Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) nel mese di ottobre aveva avvertito che la crisi petrolifera associata al Covid 19 rischia di aumentare la disuguaglianza in Iraq, mentre un rapporto della Banca Mondiale a novembre stimava che fino a 5,5milioni di iracheni erano a rischio povertà.

Siria alle prese con l’aumento dei casi

In Siria la preoccupazione maggiore è per la popolazione nel Nord Ovest, alle prese con l’aumento dei casi e un inverno rigido. Secondo il personale di Medici senza Frontiere visto che “i campi sono sovraffollati e le persone vivono vicine”, la situazione generale potrebbe deteriorarsi rapidamente. Oltre alla minaccia di un sovraffollamento degli ospedali, altra grande preoccupazione è la mancanza di test. Solo tre laboratori (privati) nel Nord Ovest eseguono tamponi: i malati arrivano quindi in una struttura sanitaria solo quando sono già gravi. Il capo dell’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari Mark Lowcock, intervenendo il 13 gennaio al Consiglio di Sicurezza, ha affermato che milioni di persone sono state lasciate sfollate, impoverite, traumatizzate e che “un’economia in declino, il Covid 19, la crescente insicurezza alimentare e la malnutrizione, stanno facendo aumentare il numero complessivo di persone bisognose”.

Anche l’Asia centrale, che almeno per quel che riguarda i “Cinque Stan” (Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kazakistan, Turkmenistan) sembrava semi esente dalla pandemia, è ormai una zona del pianeta vittima del Covid 19, con una classifica guidata da Iran e Afghanistan e la bizzarra eccezione del Turkmenistan che continua a dichiarare un livello zero di contagi e decessi. La guerra non si è fermata in Afghanistan e la tensione resta alta in Iran con tutte le incognite rappresentate da un futuro senza più Trump, dalle rivalità con l’Arabia saudita e con le promesse di Biden di una nuova distensione.

Iran

La repubblica islamica dell’Iran è sempre al centro del gioco strategico che dal Medio oriente si allarga all’Asia centrale e al subcontinente indiano. Le tensioni, altissime nell’era Trump, potrebbero adesso distendersi dopo un’epoca di omicidi mirati contro leader iraniani, il rafforzamento delle sanzioni e uno scontro sempre possibile nel Golfo Persico mentre anche l’Arabia saudita, che aveva isolato il Qatar proprio perché considerato filo iraniano, sembra scesa a più miti consigli. Molto dunque dipenderà dalla gestione del pacchetto mediorientale da parte dell’Amministrazione Biden le cuio prime mosse sono comunque incoraggianti. Dal punto di vista del virus, l’emergenza invece continua: all’inizio del mese di febbraio 2021, gli iraniani avevano un bilancio di 1.417.999 casi conclamati con 57.959 vittime, al 16mo posto nella classifica mondiale e dunque, nonostante numeri preoccupanti, con una flessione rispetto ad altri Paesi quando era iniziata la pandemia (come decessi resta pero tra i primi dieci). La campagna vaccinale dovrebbe iniziare proprio in febbraio ma non è ancora chiaro (a parte l’accordo Covax) con quali vaccini sarà avviata, visto che Teheran, non senza difficoltà, dovrà comunque comperarne all’estero.

Afghanistan

In Afghanistan i numeri della pandemia sono ancora bassi: 55.059 casi conclamati e 2.404 decessi al 1 febbraio 2021. Numeri su cui è lecito interrogarsi anche perché il Paese è ancora stretto nella palude di una guerra infinita che ha ormai compiuto 41 anni e che il virus non ha certamente fermato. La situazione per ora è di stallo dal punto di vista politico ma non rispetto a un conflitto che continua ad andare avanti senza esclusione di colpi e senza rallentamenti per il quale un cessate il fuoco è ancora una chimera. Infine, l’arrivo al capolinea dell’era Trump, lascia al nuovo Presidente americano un’eredità avvelenata che ora dovrà essere gestita da Joe Biden. Il neo Capo dello Stato si ritrova a fare i conti con vent’anni di un conflitto ormai perduto e che causa più di 3mila vittime civili ogni anno. Infine ha di fronte un un accordo capestro con i Talebani e un faticosissimo avvio del negoziato intra-afgano mentre ancora 2.500 soldati americani stazionano nel teatro del Paese centroasiatico. E’ un dossier difficile da gestire quanto urgente, dicono gli analisti, visto che – entro la fine di aprile – come previsto dagli accordi di Doha, si dovrebbe completare il ritiro totale dei soldati statunitensi ancora in Afghanistan. Un’ipotesi che a Biden potrebbe non piacere come non piace al governo di Kabul retto da Ashraf Ghani. Ma sulle sue spalle pesa l’accordo bilaterale coi Talebani voluto da Trump e firmato in Qatar il 29 febbraio dell’anno scorso. Non rispettarlo lo mette dalla parte del torto; rispettarlo significa crearsi inimicizie a Kabul e tra i suoi stessi generali.

I Cinque Stan

In Asia centrale il Covid 19 continua rendere complicata la vita di Stati fragili, dal punto di vista delle economie e della democrazia. In Uzbekistan al 1 febbraio 2021 si registravano 78.755 casi e 621 decessi correlati. Il Governo ha deciso di spingere sulla vaccinazione, raddoppiando il numero di volontari coinvolti nella sperimentazione di fase 3 del vaccino di un’azienda cinese, la Anhui Zhifei Longcom Biopharmaceutical. Il ministero della Sanità coinvolgerà 9.000 volontari, invece di 5.000. Questo per accelerarne lo sviluppo. In generale, la situazione resta complessa. L’anno si è aperto all’insegna delle elezioni in Kazakistan, dove il virus ha fatto segnare – a fine gennaio – 236mila contagi e 3.126 morti. Si è votato per eleggere la Camera bassa e i consigli regionali. In Kyrgyzstan, 84.500 contagi, con 1.400 morti, si vota per le presidenziali e per un referendum sulla forma di governo. Sono appuntamenti cruciali per i Paesi ex-sovietici, a 30 anni dalla fine del comunismo.

La pandemia ha messo in luce la fragilità dei sistemi democratici e colpito duramente sul piano economico. A marzo 2021 si voterà per il nuovo Maslakhat (camera alta) del Turkmenistan, Paese che sinora ha negato l’esistenza del Covid 19, ostinandosi a denunciare 0 morti e 0 contagi. Nello stesso Uzbekistan si dovrebbe votare per il nuovo presidente entro fine anno: nessuno, al momento ha ancora presentato la sua candidatura.

Tutti i Paesi restano caratterizzati da governi autoritari, che la pandemia ha reso ancora più duri e rigidi. Le misure di quarantena e isolamento sono state spesso applicate in modo contraddittorio, creando non poche proteste. Altra conseguenza della crisi da Covid 19 è stata la forte crescita – nel 2020 – delle violenze domestiche e dei suicidi. Informazioni che ovviamente non filtrano, vengono censurate. Secondo gli specialisti, d’altro canto, al di là del clamoroso caso Turkmenistan, tutti i Paesi della Regione hanno dato informazioni molto parziali e inaffidabili sulla pandemia. Ora le autorità turkmene stanno proponendo di riunire in un forum tutti i medici e gli specialisti dei Paesi dell’area. L’obiettivo è valutare la lotta contro il virus e trovare soluzioni. Dovrebbe riunirsi nella seconda metà del 2021.

Secondo la World Bank, “lo shock da Covid 19 non solo mantiene le persone in povertà, ma crea anche una classe di nuovi poveri”. Nell’autunno dell’anno scorso la banca internazionale nata a Bretton Woods negli anni Quaranta faceva una stima secondo la quale, nel corso del 2020, il numero di persone che vivono in povertà nella regione Asia Pacifico sarebbe aumentato sino a 38 milioni, “tra cui 33 milioni che altrimenti sarebbero sfuggiti alla povertà e altri 5 milioni spinti nella povertà (considerando una soglia di $ 5,50 al giorno). Un nuovo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) sostiene che – nel mondo – più di 250 milioni di persone hanno perso il lavoro durante la pandemia: una crisi – sostiene il direttore generale dell’Ilo Guy Ryder – che minaccia di produrre una “generazione perduta”. Accanto a un aumento della povertà, va segnalata l’escalation di tensione nel Marc cinese meridionale, i toni ancora da Guerra Fredda tra Cina e Stati Uniti e la pessima relazione tra India e Cina a partire dalle continue scaramucce sul confine tra i due Paesi. Altro elemento da segnalare: la guerra per affermare i propri vaccini. Una guerra commerciale che, ancora una volta,  vede un testa a testa tra americani e cinesi

I colossi: India e Cina

Sabato 16 gennaio  è iniziata in India la più grande campagna vaccinale al mondo contro la pandemia. I vaccini utilizzati sono due ed entrambi prodotti nel Paese: il Covishield, come è stato battezzato in India il vaccino sviluppato da Oxford University e Astrazeneca, e il Covaxin, sviluppato dall’azienda farmaceutica indiana Bharat Biotech in collaborazione con l’Indian Council of Medical Research. La previsione di Delhi è di riuscire a vaccinare entro luglio 300 milioni di persone, ossia quasi un quarto del suo miliardo e 300mila abitanti. La città cinese di Wuhan ha segnato invece, il 23 gennaio, un anno dall’inizio del suo traumatico blocco dovuto al Coronavirus (76 giorni). Oggi i due Paesi – che continuano a guardarsi in cagnesco dopo gli incidenti di frontiera del 2020 – si trovano a due poli opposti: Delhi, a fine gennaio 2021, si trova al secondo posto nella classifica dei contagi dopo gli Usa con oltre 10milioni di casi e oltre 150mila decessi (comunque meno del Brasile) mentre Pechino si trova all’83mo con – al 26 gennaio – 89.197 casi e “solo” 4.636 decessi.

Giappone, Corea, Taiwan

I cosiddetti Paesi virtuosi e ad alta tecnologia se la sono cavata assai meglio di altri ma non sono sfuggiti alle ondate pandemiche seguite alla prima e hanno dovuto comunque correre ai ripari, anche con misure emergenziali. I cosiddetti virtuosi hanno comunque bilanci relativamente bassi: poco più di 5mila decessi in Giappone, oltre 1.300 in Corea del Sud e nemmeno 10 a Taiwan. Il Covid non ha raffreddato le tensioni con la Cina sebbene sia Seul sia Tokio (non ovviamente Taipei) hanno siglato il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), un accordo di cooperazione economica che rappresenta circa un terzo del Pil e della popolazione mondiale. L’accordo, siglato ad Hanoi nel novembre 2020, include le 10 nazioni del Sudest asiatico (Asean) e alcuni tra i maggiori Paesi di Asia e Oceania: Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Ennesimo terreno di scontro con Delhi (che si è  ritirata) marca un punto per Pechino che, nonostante le tensioni nel Mar Cinese, ha messo a segno  un allargamento della cooperazione economica che esclude Washington.

Sudest Asiatico

Seconda per numeri solo a India e Cina, l’Indonesia ha varato a meta’ gennaio la più vasta campagna di vaccinazioni anti pandemia del Sudest asiatico (700 milioni di abitanti) in uno dei Paesi più colpiti dal Covid 19 nel momento in cui aveva quasi 900mila casi accertati e oltre 25mila morti. La campagna è partita con la fotografia del Presidente Joko Widodo, che si è fatto ritrarre il 13 gennaio durante l’iniezione di rito in un momento difficile, appena funestato dall’ennesimo terremoto che a Sulawesi ha ucciso decine di persone e ne ha ferite decine di centinaia. I primi ad essere vaccinati il giorno seguente (con un preparato della cinese Sinovac Biotech) sono stati i lavoratori sanitari della capitale. Ma per il più grande Paese del Sudest asiatico – che nelle sole prime due settimane del 2021 aveva già registrato oltre 2.800 decessi – i problemi sono enormi: l’arcipelago ha una popolazione che si stima superi i 270 milioni e molti fra loro vivono in angoli remoti del vasto i quel vasto pianeta insulare. Si inizia  con parte del personale sanitario (un milione e mezzo circa) che si conta di vaccinare entro la fine di febbraio. A marzo e aprile si passerà ad anziani e funzionari pubblici. Solo nella capitale, che conta per un quarto dei casi conclamati nel Paese, si vaccineranno nella prima fase quasi la metà dei lavoratori della sanità: 60mila su circa 130mila. Con Covid e vaccini c’entra poco invece la crisi in Myanmar che, nella mattina del 1 febbraio, ha visto i militari riprendersi il potere con un colpo di stato.

Caso simile è quello delle Filippine: la popolazione è di quasi 110 milioni con oltre mezzo milione di casi e oltre 10mila decessi, in linea con quanto avviene in Indonesia nel rapporto casi/decessi per numero di abitanti. Il piano del governo è di riuscire a vaccinare almeno 70 milioni di abitanti nel giro del 2021 ma le prime 50mila dosi di vaccino (Sinovac Biotech) non arriveranno prima di febbraio. A qualche lunghezza di distanza segue il Myanmar che, dopo aver resistito alla prima ondata, ha visto un aumento vertiginoso della pandemia dal settembre scorso: i pochissimi casi dell’estate sono ora (al 26/1) oltre 138mila con più di 3mila morti, un bilancio di decessi che l’estate scorsa si contavano nell’ordine delle decine. Il Paese ha chiesto i vaccini all’India ma Pechino ha appena promesso in regalo ad Aung San Suu Kyi 30mila dosi.

Con 190.434 e 700 morti al 26 gennaio, la Malaysia ha scelto la via dello stato di emergenza, decretato l’11 gennaio dal re – il sultano Abdullah – su richiesta del Premier Muhyiddin Yassin cui il decreto conferisce il potere di congelare i lavori parlamentari, cosa che gli consente – dicono i maligni – di restare in sella nonostante sia a capo di un governo debole. Kuala Lumpur ha scelto Pfizer-BioNTech (25 milioni di dosi), AstraZeneca e iniziativa Covax . Entro l’anno il 60% dei 33 milioni di abitanti sarà vaccinato. In Thailandia (dove a gennaio  sono tornati in piazza gli studenti) si pensa di iniziare la campagna vaccinale entro la metà del 2021: la scelta va ad AstraZeneca ma anche un vaccino sviluppato localmente. La campagna vaccinale a Singapore (59.366 casi e 29 decessi al 26 gennaio) è iniziata a fine dicembre ma nelle prime due settimane di gennaio aveva vaccinato solo 6200 residenti. Per ora la Città del Leone usa Pfizer ma sono in corsa anche Moderna e Sinovac la cui approvazione è però in stand-by dopo che ricercatori brasiliani hanno stimato l’efficacia del prodotto cinese al 50,4%.

Infine i virtuosissimi del Sudest asiatico: il Vietnam – con una popolazione di 95 milioni di anime – segnala al 26 gennaio ancora numeri bassi (1.551 casi e 35 vittime): per ora ha ordinato 30 milioni di dosi di AstraZeneca ma sta valutando anche Pfizer-BioNTech, il russo Sputnik e il cinese Sinovac. Resta un mistero la Cambogia con meno di 500 casi e nessuna vittima mentre sembra più comprensibile il caso del Laos (nemmeno 50 casi e nessun decesso) per la scarsa densità demografica, le misure prese e una popolazione di 7 milioni di abitanti. Infine,  il sultanato del Brunei (176 casi e 3 vittime) e Timor Est: meno di 70 casi e nessun decesso.

Tirando una riga al 1° febbraio 2021 la situazione dell’Africa è la seguente: superati i 3milioni e mezzo di casi accertati di Covid 19, oltre 90mila i morti (sempre parlando di “confermati”, in questo continente i numeri sono certamente più aleatori che in altri). Quindi, grave, la pandemia, per Paesi che hanno fragili e spesso inadeguati sistemi sanitari, poche risorse dedicate alla ricerca e alla realizzazione dei vaccini, scarsi fondi da investire nell’acquisto degli stessi.

Le cifre totali, d’altro canto, dicono poco. Se consideriamo che i casi nel mondo hanno oltrepassato i 103milioni, che i soli Stati Uniti sono sopra i 26,5milioni, che la sola Francia (3,2 milioni) ha avuto più contagiati dei 54 Stati africani messi insieme. I dati dicono molto di più se zoomiamo focalizzando aspetti più dettagliati: emerge, infatti, che un solo Paese, il Sudafrica, ha quasi la metà dei casi dell’intera Africa (quasi un milione e mezzo), e che i primi quattro Stati per numero di positivi confermati fanno da soli il 70% del totale: Marocco (poco meno di mezzo milione), Tunisia (appena sopra i 200mila) ed Egitto (oltre160mila), sempre all’inizio di febbraio 2021. Ben 24 Paesi sono sotto i 10mila casi accertati.

La “variante africana”

Per converso, c’è ora preoccupazione per la cosiddetta “variante sudafricana” del Covid, che potrebbe risultare più contagiosa, e per il considerevole aumento di casi del mese di gennaio 2021, collegato anche a un tasso di mortalità piuttosto elevato (il 2,5% contro il 2,2 di media mondiale).

Cifre, però, aleatorie, come si diceva: perché ci sono casi, come la Tanzania, dove per bocca del suo Presidente, John Magufuli, “l’epidemia è stata sconfitta” e non sono più stati forniti dati sui contagi dalla metà dell’anno scorso, oppure Paesi come la Somalia, il Burkina Faso, la Repubblica Centrafricana, o ancora l’Etiopia (a causa degli avvenimenti più recenti in Tigray) nei quali la sommatoria di guerre e povertà endemiche rende quantomeno poco credibili le cifre di diffusione del virus. È chiaro che una realtà come quella del Sahel, che vede 2,5milioni di persone in pericolo e a rischio fame per via del combinato disposto di terrorismo e carestia, abbia questioni ben più gravi da affrontare che il Covid 19. Lo stesso dicasi per il Tigray etiopico, ultimo conflitto africano in ordine di tempo, ancora oggi isolato e pressoché privo di assistenza umanitaria, con oltre 60mila persone fuggite oltre confine per sottrarsi i combattimenti e alle atrocità. In contesti del genere, parlare di tamponi e numero di positivi al virus è ovviamente irrealistico.

Quindi, in sintesi, la pandemia in Africa, pur avendo toccato tutti i Paesi, ha mantenuto un andamento del tutto diverso dal resto del pianeta (toccherà a virologi ed esperti spiegare fino in fondo il perché), pur mantenendo la pandemia un andamento, nei momenti di picco (ovviamente su cifre ben diverse dall’Europa, l’India o gli Stati Uniti), analoghi temporalmente a quelli degli altri continenti, con discostamenti al massimo di poche settimane.

A distanza di quasi un anno dall’inizio della pandemia (o almeno della sua fase conclamata) restano confermati, per l’Africa, alcuni elementi che già si intuivano nei primi mesi: la bassa età media del continente ha ridotto la forza diffusiva del virus; la scarsa efficacia dei sistemi di monitoraggio ha intercettato ancora meno che nei Paesi ricchi i paucisintomatici e gli asintomatici, che probabilmente sono moltissimi; la consapevolezza, in tanti Paesi africani, della minore capacità di contrasto alla malattia in termini di cure e di ospedalizzazione, ha spinto molti governi a giocare le proprie carte in termini di prevenzione attraverso i sistemi di protezione a basso costo (mascherine e disinfezione) e le campagne di sensibilizzazione, con un forte aiuto sotto questi profili da parte delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite e delle Ong. Non solo. Ha giocato a favore anche la maggiore “familiarità” nel gestire le emergenze: all’arrivo della pandemia da coronavirus l’Africa si trovava già a fare i conti con più di cento malattie infettive in corso e una dozzina di emergenze umanitarie.

Bene, dunque? No, affatto. Perché i problemi sono tutti ancora da affrontare. I nodi non sono ancora giunti al pettine, ma presto vi arriveranno.

Un primo elemento. La concentrazione di tutto il pianeta sul virus sta “dimenticando” le altre patologie, sia quelle da clima (malattie tipicamente tropicali, ad esempio), sia quelle da povertà (le “altre” pandemie, quelle di cui soffre da sempre l’Africa: le affezioni da acqua impura, la malaria, l’Aids, la tbc, la malnutrizione grave e acuta) responsabili di milioni e milioni di vittime nel Continente nero. Perciò non solo non è risolto, ma si aggrava il problema della debolezza dei sistemi sanitari: i 2 medici che ha l’Africa per 10mila abitanti permane, come pure quell’1% di risorse dedicate alla salute contro il 16% della media mondiale. Se l’Europa pagherà un caro prezzo per la concentrazione di risorse sanitarie umane ed economiche nel combattere il virus, si può immaginare cosa possa significare questo per i 54 Stati africani.

L’occasione di consentire un salto di qualità al Continente sul piano della salute pubblica con investimenti straordinari non è stato colto. E ora si sta replicando l’errore in relazione ai vaccini, come vedremo fra poco. Chi, fin dall’inizio della pandemia, ha sottolineato e insistito sul fatto che mai come in questa occasione non ci si salva da soli ma tutti insieme, non è stato ascoltato. Ne pagheremo le conseguenze tutti ma, primi fra tutti, gli africani.

Gli osservatori in questi mesi hanno continuato a ripetere che l’Africa, pur essendo la meno colpita dal virus, ne pagherà le conseguenze più pesanti. È stato così nel corso del 2020, e lo sarà ancora di più nel 2021.

Le conseguenze sociali ed economiche

Pariamo di conseguenze sociali ed economiche pesantissime. La pandemia ha provocato il crollo di un centinaio di milioni di persone sotto la soglia di povertà: un effetto equivalente alla crisi mondiale del 2008. Secondo la Banca mondiale, l’Africa ha conosciuto il primo anno di recessione dopo oltre un quarto di secolo, con una crescita annuale che dovrebbe passare dal +2,4% a un tasso negativo fra il 2,1% e il 5,1%. Per delle economie che sono largamente dipendenti dalle esportazioni, in particolare di prodotti petroliferi e minerari, la riduzione della produzione accompagnata dal calo dei prezzi delle materie prime comporterà effetti disastrosi.

La contrazione avrebbe diverse cause. Da un lato sarebbe l’effetto della paralisi imposta dai lockdown e dalle diverse forme di restrizioni al movimento di persone e beni messa in atto nei vari Paesi africani (che riguardano non solo le attività economiche più tradizionali, ma anche l’economia informale tipicamente africana e dei Paesi poveri). Ma non solo. Le esportazioni di materie prime come pure le importazioni di prodotti lavorati e di generi alimentari ha subito un forte rallentamento, dovuto alle emergenze del Nord del mondo. Inoltre, gli aiuti internazionali diminuiscono per via delle ingenti risorse assorbite dalle crisi, sanitaria ed economica, nei Paesi ricchi. Infine, si sono ridotte le rimesse dei migranti, che costituiscono la prima voce di “aiuto” alle popolazioni africane, superiore a quella del sostegno internazionale. Anche sotto questo profilo, la crisi pesantissima delle economie forti sarà pagata duramente dalle fasce di popolazione più vulnerabile, fra cui c’è la gran parte dei lavoratori stranieri affluiti in Europa, negli Stati Uniti e negli altri Paesi con economie forti.

Gli analisti parlano di una perdita di almeno 20milioni di posti di lavoro nel Continente. Una crisi economica che, con ogni probabilità, porterà a una decisa riduzione delle entrate fiscali e alla conseguente necessità, da parte di diversi Paesi africani, di dover ricorrere a prestiti internazionali, aggravando la già pesante esposizione sul fronte del debito estero.

C’è di più. Un recente studio di Amref Health Africa su giovani fra i 15 e i 35 anni ha mostrato che gli effetti di pandemia e conseguenti lockdown hanno portato a un aumento dei casi di mutilazione genitale femminile, di matrimoni forzati, come pure di violenze, anche di natura sessuale. Stando alla ricerca, inoltre, il 50% dei giovani “ha registrato una significativa riduzione del reddito e il 22,9% degli occupati ha perso il proprio posto di lavoro. Una carenza di entrate a cui ha corrisposto un forte aumento (+34%) delle spese domestiche (a causa della quarantena forzata) e dei prezzi dei prodotti alimentari (+33%)”.

Se guardiamo poi alle conseguenze politiche e delle libertà democratiche in Africa (problema che – è bene precisarlo – non riguarda solo questo continente) si è assistito in moltissimi casi a un utilizzo strumentale delle limitazioni decise per contrastare la pandemia che sono diventate invece occasioni per rinviare le elezioni, per arrestare oppositori, per limitare il diritto di sciopero o di protesta. Insomma, la prevenzione dal virus è diventata un’ottima “copertura” per l’uso del pugno di ferro da parte di diversi governi.

La vaccinazione nel Continente

Ora, però, il tema del giorno è il vaccino. In Italia, come in tutti i Paesi ricchi, il dibattito gira intorno a quando e quanti vaccini arrivano, il rispetto dei tempi di consegna, l’efficacia della campagna di vaccinazione sul territorio, i tempi per il raggiungimento dell’immunità di gregge (che si sa prevede la soglia del 60% della popolazione immunizzata). Ma, com’è abitudine delle nazioni del nord del mondo, tale dibattito si è ristretto ai confini nazionali, o addirittura regionali.

Il vero tema – lo accennavamo prima – è che da una pandemia globale si esce con soluzioni globali. A cui (quasi) nessuno sta pensando. Effetto inevitabile, del resto, dei meccanismi delle democrazie occidentali: governi e parlamenti rispondono all’elettorato, ossia alla popolazione del proprio Stato. Quindi, accaparrarsi i vaccini, a più non posso, immunizzare in fretta la propria popolazione, riportare la vita del Paese alla normalità il prima possibile, far ripartire l’economia, in modo da garantirsi il consenso di chi domani dovrà votare.

L’Africa, su questo fronte, rischia di stare a guardare. E anche laddove potrà ottenere forniture di vaccini (solo qualche Paese ha già avuto le prime) arriveranno tardi, vi saranno problemi più o meno complessi per la distribuzione e per la campagna massiva di immunizzazione. Finora, nessuno ha preso ad esempio in considerazione la proposta avanzata da tante parti del mondo dell’umanitario di procedere con una sospensione del deposito dei diritti di brevetto, almeno fino alla sconfitta del virus, in modo da consentire ai Paesi poveri e alle agenzie umanitarie di portare avanti di pari passo le campagne di vaccinazione nel sud del mondo e ottenere, appunto, un’uscita globale e planetaria dall’emergenza sanitaria.

Non è difficile immaginare, peraltro, gli effetti di un’azione “a due velocità”, nella quale i Paesi ricchi giungono all’immunità di gregge in tempi molto più rapidi rispetto agli altri: gli effetti economici e sociali che già hanno colpito l’Africa potrebbero diventare esponenziali. Non solo. Vanno considerati anche quelli politici: in epoca di sovranismo, quali conseguenze potrebbe avere una situazione nella quale le popolazioni del nord del mondo si sentono minacciate dagli “untori” provenienti dal sud del mondo?

Se c’è un vero, drammatico, pericolo è questo. Questo fossato, già ampiamente scavato, tra nord e sud del pianeta, per frenare e impedire il fenomeno migratorio, quanto potrebbe diventare largo e profondo? C’è chi dice che già da parecchi anni i Paesi occidentali hanno deciso di “rivolgere i propri cannoni non più a est ma a sud” per evitare un’immigrazione che potrebbe risultare destabilizzante. Cosa accadrà se questa politica potrà avvalersi di “giustificazioni” dettate dalla tutela della salute pubblica?

Riusciremo a sconfiggere Covid 19. L’America merita una risposta guidata da scienza, dati e sanità pubblica, non politicizzata”, questo l’incipit della Strategia Nazionale Anti-Covid 19 rilasciata dalla Casa Bianca il 21 gennaio, primo giorno di lavoro di Joe Biden come 46°Presidente Usa. Basterebbero solo lunghezza ed articolazione del documento a testimoniare il cambio di paradigma politico-decisionale rispetto alla linea del predecessore Trump. “Accettiamo la sfida combinata di rientrare (nell’Oms) e aderire al programma COVAX per aiutare a rendere il vaccino equamente distribuito” ha invece annunciato al Senato il neo-Segretario di Stato Anthony Blinken, segnando l’inizio del ritorno di Washington sulla scena del multilateralismo internazionale. Parole che fanno trasparire la volontà Usa di riassumere la leadership in ambito di geopolitica sanitaria, alla quale Trump aveva abdicato, sono anche quelle dell’immunologo Anthony Fauci, che rappresentando Biden all’Oms, ha dichiarato di aspettarsi un’indagine “robusta e chiara” sulle responsabilità cinesi nelle prime fasi pandemiche.

Da Trump a Biden

A gennaio 2021 gli Usa registrano quindi un cambio di leadership politica, ma non dei trend epidemiologici ed economici, che Biden ha definito il frutto del “fallimento” gestionale della Amministrazione Trump. I contagiati totali sono più di 25mln, mentre le vittime hanno oltrepassato le 416mila persone (24/01), superando quelle subite da Washington nella II Guerra Mondiale. Se l’emergenza sanitaria continua quindi a dilagare con 3200 morti/die e 200mila contagi/die tra 13 e 20 gennaio, l’economia langue con il 2,5% segnato dal Pil nel 2020, e la disoccupazione al 6,7, doppia rispetto ai livelli pre-pandemici.

Ora l’attenzione è però puntata soprattutto sulla campagna vaccinale, che al 23 gennaio vede somministrate quasi 20mln di dosi dei vaccini PfizerBioNTech e Moderna, equivalenti all’immunizzazione del 5,8% circa dei 320mln di cittadini Usa. Se confrontati con i dati del resto del Mondo gli Usa sono quindi primi per vaccinazioni assolute e quinti per percentuale di popolazione vaccinata. Tuttavia secondo vari esperti indipendenti si potrebbe fare ancora meglio, dato che la somministrazione del vaccino antinfluenzale raggiunge in media i 3mln di persone/die.

Che il vaccino rappresentasse la luce in fondo al tunnel lo avevano annunciato anche economisti come Joe Brusuelas, che mentre l’epidemia montava chiariva: “Senza vaccino, nessuna ripresa”. Monito raccolto anche dall’ex-Presidente Trump, che sul successo dell’Operazione Wrap Speed aveva, di fatto, scommesso la propria rielezione. Il progetto lanciato nella primavera 2020, consiste in una partnership pubblico-privata con la quale il Governo Usa si è caricato del rischio finanziario intrinseco alla ricerca scientifica e messa in produzione di un vaccino nel più breve tempo possibile, mettendo sul piatto di otto multinazionali farmaceutiche, $14mld. Il progetto ha funzionato: due sono stati i vaccini sviluppati entro dicembre 2020 ed approvati dalla FDA per “uso emergenziale”, quelli PfizerBioNtech (americano-tedesco) e Moderna (americano). Il WashigtonPost, ricorda però che questo sarebbe stato possibile “non grazie a, ma nonostante, Trump”. Due i fattori che avrebbero indotto “il forse più antiscientifico Presidente moderno” alla guida di “Amministrazione No-Vax” ad appoggiare l’operazione: da una parte la facile trasformabilità del vaccino in oggetto di propaganda politica, ben diverso dagli impopolari distanziamento sociale e mascherine; dall’altra l’avere un’elezione presidenziale da vincere con l’economica a picco.

Foto della campagna di sensibilizzazione, lanciata il 21 gennaio dalla Casa Bianca, volta ad incentivare l’impiego delle mascherine. (Fonte: account Twitter ufficiale e della Casa Bianca)

Il virus e The Donald

La pandemia avrebbe portato alla sconfitta elettorale di Donald Trump il 3 novembre 2020, secondo i politologi Brodeur e Baccini. Confrontato i dati elettorali degli Stati che nel 2016 avevano premiato Trump facendolo perdere nel 2020, un cosa sembra infatti essere quasi certa: la popolazione avrebbe punito il Presidente votando secondo la cosiddetta “logica elettorale retrospettiva”, nel caso specifico sulla base della percepita inefficacia dell’azione governativa. Non solo BlackLivesMatter e crisi economica dunque, ma là dove vi sono stati più contagi e più morti, l’insicurezza sanitaria e la semplice promessa di un vaccino (in campagna elettorale ancora in fase di ricerca), sarebbero stati determinanti per la sconfitta e la vittoria di Biden.

Il fattore umano, ovvero Trump, che con le sue schizofreniche ed antiscientifiche politiche ha amplificato gli effetti negativi dell’epidemia negli Usa è dunque mutato. La discontinuità apportata dall’elezione di Biden e dalle supe politiche alla crisi è solo all’inizio ma si configura come netta, segnala infatti Health Policy Watch. Sono vari gli obiettivi di politica domestica ed estera enucleati dalla Presidenza tra i quali vi sono anche il recupero della fiducia popolare e l’assicurazione di un “vaccino gratuito” distribuito senza discriminazioni raziali, etniche o geografiche. Oltre ai toni ed ai contenuti di comunicazione e politiche adottate, è mutato anche il metodo decisionale, ora basato su competenza e scienza, come ben dimostrano le parole di un visibilmente sollevato dottor Fauci, che ha pubblicamente ringraziato Biden per “lasciare parlare la scienza”, senza le politicizzazioni del predecessore.

La svolta della Casa Bianca

Lo “sforzo su larga scala, da tempi di guerra” annunciato dal Presidente democratico è basato su una più marcata centralizzazione della gestione dell’emergenza, volta a garantire maggiore cooperazione tra la capitale Washington e i 50 Stati locali, così da massimizzare il coordinamento nelle vaccinazioni e uniformare le misure preventive. Dopo il vuoto gestionale che ha caratterizzato la Presidenza Trump, questo approccio potrebbe smussare le debolezze sistemico-strutturali degli Usa, scaturenti dalla forma di stato federale, dal sistema sanitario largamente privato, dalle forti diseguaglianze socio-economiche. Sono molteplici le misure adottate con i 10 ordini esecutivi firmati da Biden nello Studio Ovale il 21gennaio. Innanzitutto sono state inasprite sia le norme di distanziamento sociale: la mascherina è ora obbligatoria negli edifici federali e sui mezzi pubblici interstatali, impossibile fare di più vista la limitazione delle competenze della Casa Bianca, che però ha consigliato per la prima volta dall’inizio della pandemia, i Governatori, competenti per la sanità locale, di fare altrettanto.

100mln di vaccinati entro i primi 100 giorni della Presidenza. E’ questo il secondo gambizioso obiettivo annunciato da Washington, che ha quindi: ordinato il rafforzamento delle infrastrutture sanitarie, programmando l’organizzazione di 100 nuovi centri vaccinali in tutto il Paese e dato mandato all’Agenzia Federale per le Emergenze di rimborsare tutte le spese sostenute nell’implementazione del piano vaccinale dai 50 Stati. È stato poi annunciato l’impiego del Defense Production Act al fine di incrementare del 20% la capacità vaccinale attraverso la produzione di più siringe, così da poter estrarre una sesta ed aggiuntiva dose dalle fiale di vaccino. È stato infine presentato un poderoso piano economico, destinato a fare discutere il Congresso, che già a dicembre ha approvato $900mld di stimoli ed aiuti economici. I $2 trilioni chiesti da Biden sarebbero finalizzati a: sostenere l’economia reale; risolvere i problemi di approvvigionamento sanitario; incrementare la capacità di test; rendere ri-apribili le scuole per i bambini fino ai 12anni.

Ripristinare la leadership statunitense globale e migliorare la prevenzione di future minacce sanitarie” recita invece il settimo macro-obiettivo del Piano Biden. Washington non si accontenterà infatti di rientrare nell’Oms, che per altro ha tirato un sospiro di sollievo, dato che il 15% del suo budget è finanziato dagli Usa, ma desidererà anche riacquistare un ruolo di primo piano in ambito di geopolitica sanitaria. Il supporto alla prosecuzione dell’indagine a guida Oms sulle responsabilità pandemiche cinesi, dopo aver suscitato soddisfazione tra gli alleati oceanici ed europei, è infatti destinata a creare nuovi attriti con Pechino, che alle urla inconcludenti di Trump, vede ora sostituirsi il più diplomatico ma pragmatico Biden. Il ripiegamento isolazionista di Trump aveva inoltre generato un evidente vuoto di leadership politica a livello globale, che gli Usa potrebbero riacquistare anche con l’adesione a COVAX, la piattaforma Oms che mira a permettere agli Stati in Via di Sviluppo di accedere al vaccino. Immediato il plauso del Consigliere dell’Oms Peter Singer, che ha twittato: “È la leadership efficace il “vaccino” definitivo contro il Coronavirus”. Chissà se Trump e Pechino concordano…

Il Presidente del Brasile Jair Bolsonaro apre l’anno sotto il fuoco di fila delle accuse, principalmente per la sua gestione della pandemia da Covid 19. Ma anche Messico e Argentina si trovano in difficoltà, a una decina di lunghezza nella classifica di contagi e decessi che vede il Brasile al terzo posto nel Mondo per numero di casi ma al secondo per numero di vittime, appena sotto gli Stati Uniti

Brasile 

Tocca a Jair Bolsonaro aprire l’anno sotto il fuoco di fila delle accuse, principalmente per la sua gestione della pandemia. Il conteggio dei morti alla metà di gennaio era di 212.000 vittime. Una serie di clamorosi errori di valutazione, di bugie e atti di governo al limite della legalità ha contrassegnato tutto il 2020. Atti che ora vengono messi sotto i riflettori dal Centro di ricerca della Scuola di sanità pubblica dell’Università di San Paolo (USP) e Conectas Human Rights, una delle organizzazioni giudiziarie più rispettate in America latina, che ha compilato e diviso in categorie i provvedimenti federali e statali in materia di  Coronavirus, ora diffusi in una newsletter dal titolo “Rights in the pandemic: mappatura e analisi delle norme legali in risposta al Covid 19 in Brasile.” Per un’analisi dettagliata, vedere il servizio sul quotidiano spagnolo El Pais.

L’analisi si muove   “[…] su tre assi presentati in ordine cronologico, da marzo 2020 ai primi 16 giorni di gennaio 2021: 1) atti normativi del governo federale, che includono l’emanazione di norme da parte di autorità e organi federali, e su veti presidenziali; 2) atti di ostruzione alle risposte dei governi statali e municipali alla pandemia; e 3) propaganda contro la salute pubblica, “il discorso politico che mobilita argomenti economici, ideologici e morali, oltre a false notizie e informazioni tecniche non scientificamente provate, con lo scopo di screditare le autorità sanitarie, indebolendo l’adesione popolare alle raccomandazioni sanitarie basate su prove scientifiche, e promuovere l’attivismo politico contro le misure di sanità pubblica necessarie per contenere l’avanzata del Covid 19 ”. E prosegue analizzando le singole frasi pronunciate da Bolsonaro nelle varie fasi della crisi, accompagnandole con rigorosa analisi delle premesse e conseguenze di esse. Qui di seguito alcuni esempi:

“Ovviamente ora abbiamo…una piccola crisi, a mio parere frutto soprattutto di fantasia. Il problema del Coronavirus non è quello che i big media diffondono in tutto il mondo.” (frase del 7 marzo, a Miami). “Il probema è l’isteria, neanche si trattasse della fine del mondo .Una nazione come il Brasile se ne libererà solo quando un determinato numero di persone si contagi, e crei anticorpi.(frase del 17 di marzo). “Presto, la gente saprà che questi governatori e gran parte dei mezzi di comunicazione li hanno ingannati con questa faccenda del coronavirus” (frase del 22 marzo). “Il virus c’è, ma lo affronteremo da uomini, cazzo (sic). non come bambini. La vita è così, tutti un giorno dovremo morire” (frase del 29  marzo), “Hai paura di infettarti? Ma è da ridere. .E’ qualcosa che avrà il 60 o 70 per cento della popolazione; E io non so di nessun ospedale che sia intasato”. (frase del 2  aprile).

Foto di Jade Scasrlato per Unsplash

Cuba e il vaccino Soberana

Cuba produrrà quest’anno 100 milioni di dosi del suo nuovo vaccino contro il Coronavirus, Soberana 02,  per soddisfare la propria domanda e quella di altri paesi, ha riferito mercoledì un importante scienziato. “Stiamo riorganizzando le nostre capacità produttive perché abbiamo davvero molta richiesta per il vaccino e dobbiamo prepararci”, ha detto il direttore del Finlay Institute, Vicente Vérez, in una conferenza in cui è stato effettuato un tour del laboratori in cui si produceil farmaco. L’Istituto Finaly ha creato Soberana 02 e Soberana 01, quest’ultima in una fase di ricerca meno avanzata. Altri centri di biotecnologia dell’isola stanno lavorando su altri due vaccini, chiamati Abdalá e Mambisa.

I 100 milioni di dosi pianificate sarebbero solo del Soberana 02 e ci sono già paesi interessati ad acquisirlo, come Vietnam, Iran e Venezuela, e altri con cui l’isola ha accordi di collaborazione, tra cui Pakistan e India. Questa settimana è iniziata la seconda parte di una sperimentazione di fase II con 900 pazienti – che si sono aggiunti a un centinaio dalla prima fase – in un policlinico della capitale.

I volontari – un gruppo di loro ha ricevuto un placebo come parte dello studio, anche se una volta terminato saranno immunizzati con il vero vaccino – hanno detto di non aver segnalato disagio. Alcuni residenti del policlinico vennero persino a offrirsi come parte del processo. Dopo l’iniezione, le persone – di età compresa tra i 19 e gli 80 anni – sono rimasti in osservazione nello stesso policlinico prima di tornare a casa e sono state seguite a 24, 48 e 72 ore. Nelle prossime settimane, la vaccinazione sarà estesa a 150mila persone sull’isola, e verrà effettuato un test a febbraio per proteggere i bambini con Soberana 02.

La peculiarità cubana

Dopo diversi mesi passati a tenere sotto controllo la pandemia, Cuba ha subito una nuova epidemia all’inizio dell’anno, dopo l’apertura dei suoi aeroporti. Ciò malgrado un severo protocollo sanitario preventivo sugli arrivi. Da marzo 2019 a metà gennaio 2021 sull’isola si contano 19.122 contagi e 180 morti. Un’inezia, a fronte dei dati non solo dei Paesi vicini, ma anche di quelli sviluppati. Lo scienziato non ha fornito dettagli sul prezzo che il vaccino avrà in vendita in altri paesi. A Cuba il trattamento è gratuito e volontario.

Nonostante sia un piccolo paese, Cuba è dotata di un polo scientifico sviluppato che produce quasi tutti i vaccini di cui ha bisogno, e medicinali all’avanguardia.

“La strategia di Cuba per la commercializzazione del vaccino consiste in una combinazione di umanità e impatto sulla salute da una parte, e della necessità per il nostro sistema di sostenere (finanziariamente) la produzione di vaccini e farmaci per il Paese”, ha detto Vérez. “Non siamo una multinazionale in cui il rendimento (finanziario) è la ragione numero uno”, ha aggiunto. “Lavoriamo al contrario, creiamo più salute e il ritorno è una conseguenza, non sarà mai la priorità”.

 Il caso Argentina

Il Presidente argentino, Alberto Fernández, è il primo Presidente dell’America latina a ricevere un vaccino contro il Covid 19. Il presidente ha ricevuto una dose di Sputnik V, prodotto dal laboratorio russo Gamaleya, il 20 gennaio, due giorni dopo che l’Amministrazione nazionale dei medicinali, degli alimenti e della tecnologia medica (ANMAT) ne ha autorizzato l’uso nel Paese sudamericano per persone di età superiore ai 60 anni.

La campagna di vaccinazione argentina è iniziata il 29 dicembre e a metà gennaio 240.000 persone hanno ricevuto la prima di due dosi del vaccino russo Sputnik V. Nelle prime due settimane, il Ministero della sanità  ha ricevuto 8.841 segnalazioni di eventi avversi presumibilmente attribuibili al vaccino. “Il 99,6% di questi eventi sono lievi e moderati, lo 0,4% gravi e in fase di analisi”, secondo la segretaria per il diritto alla salute, Carla Vizzotti.

I primi a ricevere il vaccino sono stati gli operatori sanitari, i più esposti al virus. Dopo si arriverà come gruppo prioritario agli over 60 – con particolare attenzione ai residenti delle case di cura – e il personale delle forze di sicurezza di tutto il Paese. Anche gli insegnanti saranno tra i primi ad essere vaccinati, anche se l’inizio dell’anno scolastico tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo non è subordinato all’aver ricevuto lo Sputnik V. Il che ha aperto un fronte di battaglia con i sindacati. La pandemia ha causato oltre  alla data del 26 gennaio e le autorità si dicono preoccupate per l’aumento dei contagi registrati nelle ultime settimane.

Dopo quasi un anno di pandemia, in Europa si continua a cercare quel delicato equilibrio tra il lockdown paralizzante e la riapertura di negozi, scuole, attività sociali. Con l’arrivo dell’inverno, la “seconda ondata” ha invaso l’Europa obbligando i governi a nuove restrizioni come coprifuoco, chiusure di scuole e locali commerciali, e lockdown regionali o nazionali per alleviare la pressione sugli ospedali, in crisi dopo gli alti contagi successivi alle festività natalizie. Cui si aggiunge una vera e propria battaglia sui vaccini.

L’Europa e le campagne vaccinali

Ma a cambiare le sorti di questo nuovo inverno di Covid 19 arrivano i vaccini: il simbolo della speranza che questo sia l’ultimo febbraio segnato dalle morti da Coronavirus. La corsa ai vaccini è infatti iniziata proprio nel nostro Continente, con il Regno Unito, primo Stato al mondo a dichiarare sicuro il vaccino tedesco Pfizer-BioNTech il 2 dicembre e ad avviare la campagna di immunizzazione con un largo anticipo rispetto all’UE ma anche rispetto agli alleati transatlantici. In molti hanno letto nella scelta di Londra la necessità di stabilire un primato e un’importanza a livello globale che – dopo la conclusione della Brexit e la sconfitta di Trump, famoso alleato del governo Johnson – sembrava messo a rischio. Dopo BioNTech, il Regno Unito è anche il primo ad approvare la validità del vaccino di Oxford, nel quale il governo britannico aveva investito 84 milioni di sterline.

L’Agenzia Europea del Farmaco non ha tardato molto: il 21 dicembre 2020 ha approvato il vaccino Pfizer-Biontech, e il 27 dicembre ha marcato l’inizio della campagna vaccinale in tutta l’Unione. La strategia dell’Unione Europea si basa su un piano di distribuzione dei vaccini comunitario, criticato in passato per la divisione delle dosi e per il tentativo di alcuni Paesi di acquistarne dosi aggiuntive fuori dal quadro stabilito da Bruxelles. Tuttavia, il Piano Europeo procede con successo fra gli Stati membri, che sono poi chiamati poi a gestire in autonomia la logistica della distribuzione regionale e la somministrazione delle dosi. Mentre l’UE aspetta che l’Agenzia del Farmaco approvi la formula di Oxford-Astrazeneca, inizia l’importazione di quello americano firmato Moderna, seguita a inizio anno anche dal Regno Unito.

Eppure, problemi trasversali colpiscono indiscriminatamente dai confini: in primis, il ritardo nella produzione e diffusione dei vaccini Pfizer-BioNtech, che rallenta le campagne di immunizzazione e pone questioni sul numero di dosi effettive; ma anche, il problema derivante dalla scoperta di ceppi di Covid 19 mutati (le cosiddette “varianti” come quella Inglese, più letale e più contagiosa) e la scelta dei governi di tornare a chiudere. Mentre il Regno Unito apriva l’anno superando la soglia dei 50 mila contagi, a metà gennaio 2021 il Portogallo rischiava la saturazione delle terapie intensive – entrambi i Paesi sono ora in lockdown, così come Germania, Paesi Bassi e Repubblica Ceca, e anche la Francia considera “imminente” una terza chiusura.

Foto di Ehimetalor Akhere Unuabona, Unsplash, 2021

Tra crisi economiche e crisi di governo, la crisi della salute mentale

Piani di vaccinazione e prevenzione di una “terza ondata”, che potrebbe colpire ancora prima della fine della seconda, non sono gli unici problemi dei Governi europei. I malumori dovuti alle restrizioni non cessano: a gennaio, nuove manifestazioni hanno scosso il continente, dalla Francia alla Spagna. In Olanda, le proteste nei per il nuovo coprifuoco si sono trasformate in scontri violenti con le forze dell’ordine, conclusi con oltre 400 arresti in tre notti di scontri tra il 23 e il 26 gennaio.

Il 2020 ha portato con sé una crisi economica che ha fatto crollare il Pil europeo di 7 punti percentuali. Nel 2020, il livello di disoccupazione è cresciuto di oltre un punto percentuale in Europa, e il diritto al lavoro rimane in sospeso mentre molti lavoratori in cassa integrazione aspettano che, con le vaccinazioni a pieno ritmo, in estate si possa tornare a riaprire. L’Unione Europea lavora per fornire una rete di sicurezza ai suoi stati membri, stremati da una crisi economica, sociale e sanitaria: il budget europeo 2021-2027 guarda infatti alla salvaguardia dei posti di lavoro, all’impiego giovanile, ma anche alla tutela di settori come il turismo, la pesca e l’agricoltura, con un gran totale di 2 346.3 miliardi di euro per ricostruire l’Europa dopo e durante la pandemia. Il Recovery Plan ha rappresentato una delle vittorie della cooperazione europea nel 2020, ma con l’inizio del nuovo anno i Paesi dovranno dimostrare come ne faranno uso e iniziare a concretizzarne i risultati.

Covid e denari

È stato proprio l’argomento dei fondi UE (in particolare del MES; il fondo salva-stati che permette ai paesi di ottenere prestiti dall’Unione per salvare la propria stabilità finanziaria) a causare la crisi del Governo italiano. Eppure, l’Italia non è l’unico Stato ad affrontare in queste settimane le dimissioni del Primo ministro: a metà gennaio, il Premier olandese Rutte ha rassegnato le dimissioni a causa di uno scandalo sui sussidi familiari erogati in tempo di pandemia. Simili motivi hanno causato la caduta anche del Governo estone, a causa di indagini su tangenti edilizie che hanno coinvolto anche l’allora premier Ratas. Il Primo ministro è già stato sostituito dalla leader del partito riformista Kaja Kallas, rendendo così l’Estonia l’unico Paese guidato da due donne (è infatti donna anche la Presidentessa della repubblica, Kersti Kaljulaid, eletta nel 2016).

Ma oltre ai dati sulla capienza degli ospedali e i numeri dei decessi (che in alcuni Paesi come il Regno Unito e la Francia hanno registrato picchi mai raggiunti nella prima ondata) un altro dato rimane pericolosamente sotto i radar. La crisi economica, il lockdown prolungato e l’incertezza per il futuro stanno peggiorando la crisi della salute mentale. Non solo le strutture sanitarie faticano a garantire prestazioni costanti a chi già ne faceva uso; il numero di persone che soffrono di depressione, ansia o attacchi di panico è cresciuto enormemente nel 2020. L’allarme, lanciato dalle Nazioni Unite ma anche dagli esperti, è unanime: soprattutto tra gli under-30, cresce il rischio di suicidio.

I morti alla fine di novembre risultavano almeno 116mila. Per alcuni la cifra era addirittura 186mila. Per le fonti ufficiali, del Governo, invece erano fermi a 56mila. In questo balletto dei numeri c’è la foto della Russia alla presa con il Covid 19. Situazione pesante, quella che Mosca sta vivendo, con l’economia paralizzata, il Pil in caduta libera e i russi che non si fidano del vaccino lanciato il 5 dicembre in pompa magna da Putin. Dello Sputnik – si chiama così – sono in molti a non fidarsi. Lo ritengono inefficace o addirittura pericoloso. Così, lo evitano. Nei centri predisposti non ci sono file, chi vuole farlo viene accontentato subito. Un paradosso, se si pensa che grandi quantità di vaccino partono ogni giorno verso altri Paesi, che lo hanno acquistato nella speranza di fermare il virus.

Intanto, crescono i morti.  La danza dei numeri – dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità – dipende dai criteri scelti dallo Stato. In pratica, chi muore per una qualche patologia precedente, anche se positivo al Covid 19 non viene inserito nelle statistiche. La cifra scende per questo. Fossero invece confermati i 186mila, la Russia salirebbe al terzo posto nel Mondo per decessi. Quello che appare certo, è che nel 2020 ci sono stati il 14% di morti in più rispetto agli anni passati. Per la vicepremier Tatyana Golikova, l’81% dell’incremento di morti è legato direttamente o indirettamente al Covid 19 o alle sue conseguenze. In questa situazione, solo a Mosca si respira aria di ottimismo. Alla fine di gennaio, bar e ristoranti della capitale hanno riaperto. È saltato anche l’obbligo per le aziende di far lavorare da remoto almeno il 30% del personale, mentre bisogna ancora usare le mascherine nei negozi e sui trasporti pubblici. Le università statali proseguono con la didattica a distanza.

Economia russa in picchiata

In questo quadro, l’economia è comunque stata stravolta. La crisi è coincisa, a livello mondiale, con il calo drastico del prezzo del petrolio, fonte principale d’incasso per Mosca. Si sono fermati anche altri settori: il turismo nel suo complesso, la vendita al dettaglio, i trasporti. È calata in modo consistente la domanda di energia elettrica. A salvare Putin è stato l’essere usciti dall’anno precedente, il 2019, in buone condizioni, con una crescita dell’1,3%, riserve per 570miliardi di dollari e un debito statale del 20% sul Pil. Fondamentali che hanno consentito al sistema di tenere, anche se la popolazione più povera si è ritrovata senza lavoro e senza prospettive. Problemi sociali e politici che Putin ha risolto come sempre, dividendosi fra toni paternalistici e rassicurati e la repressione dura dell’opposizione, come ha dimostrato il caso Navalny.

L’interno della stazione Kazanskij a Mosca (foto di Raffaele Crocco)

Fuori dalla Federazione

Sul fronte esterno, Mosca ha sfruttato il Covdi19 per rafforzare la propria posizione e allargare la zona d’influenza. Aiuti consistenti sono arrivati – in termini sanitari – ai Paesi ex sovietici dell’Asia Centrale e nei Balcani. In più, è continuata l’opera di riammodernamento delle Forze Armate e di riapertura delle basi militari nel Nord, lungo quella che dovrebbe diventare a breve la nuova e rivoluzionaria Rotta Artica. Una presenza forte, quella di Mosca sulla scena internazionale. Libia, Siria sono teatri in cui i russi operano.

La tregua del Nagorno Karabach

Ma il successo diplomatico è arrivato in novembre del 2020 dal Nagorno Karabach. La guerra fra Armenia e Arzebajan, per l’indipendenza della Regione, si conclusa grazie all’intervento di Putin, che ha negoziato il cessate il fuoco fra il presidente azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan. “Sono state create le condizioni necessarie per una soluzione definitiva, a lungo termine e su base equa della crisi ne Nagorno-Karabah”, ha dichiarato Putin, annunciando, l’invio di circa 2mila militari russi lungo la zona smilitarizzata che separa i due eserciti.

Una tregua che molti osservatori considerano fragile. Bisogna, infatti, capire gli sviluppi socio-politici che ci saranno in Armenia e Azerbaijgian. Se le posizioni degli intransigenti avranno successo in Armenia, difficile che le armi possano tacere a lungo. Il Caucaso meridionale – poi – è diventato area di scontri e interessi di grandi attori internazionali e regionali. Le tensioni crescono, con il crescere dell’interesse delle potenze straniere per la Regione. È una specie di ponte tra l’Europa e Asia. Cina, Stati Uniti, Russia e Unione Europea sono tutti interessati a controllarla, in qualche modo. Ospita rotte di transito strategicamente importanti. Questo diventa risorsa importante per i Paesi dell’area, ma è anche fonte di rischio e contrasto, Insomma, i guai sembrano dietro l’angolo e il Covid 19, con la sua capacità di catalizzare tutta l’attenzione mondiale, potrebbe rappresentare un ulteriore pericolo alla stabilità della zona.

In Oceania l’allerta è alta, ma l’emergenza sanitaria sta rientrando. Al 24 gennaio l’Australia registra poco meno di 30mila infetti e un totale di 909 morti e 170 casi attivi, mentre la Nuova Zelanda con 2283 casi e 79 morti si conferma come uno dei Paesi occidentali meno colpiti. Oltre all’isolamento geografico naturale, sul The Lancet si evidenziano i fattori che hanno contribuito al successo neozelandese: la “severità e brevità” del lockdown di 51 giorni di marzo-maggio, quando la trasmissione comunitaria era ancora molto bassa, combinato ad una “decisiva e precoce reazione delle autorità sanitarie”. L’effeto combinato avrebbe così permesso di anticipare e non assecondare l’emergenza, portando all’eradicazione del virus. Dal 18 di novembre Wellington non registra infatti trasmissioni comunitarie di Covid 19: da mesi gli unici casi individuati sono tutti “importati” e individuati alle frontiere o legati alla comparsa del virus anche dopo due successivi test negativi. 

Effetti sull’economia

Nonostante gli aiuti economici il Pil 2020 non è stato risparmiato: -2,2% in NZ e -3,8% in Australia, che hanno tuttavia chiuso in crescita il 4°trimestre 2020. Nulla di imprevisto però, dato che i Governi oceanici hanno adottato il principio di massima precauzione per salvaguardare la salute, applicando aggiornati e scrupolosi piani pandemici. Per la NZ quello trascorso è stato anche l’anno che con una schiacciante vittoria elettorale: 49,1% dei consensi e maggioranza assoluta in Parlamento, ha riconfermato e rafforzato il Governo a trazione Labour della Prima Ministra Jessica Ardern, che per le proprie capacità comunicative e di leadership decisionale, è stata premiata anche dalla Kennedy School di Harvard.

Sul fronte vaccinale, entrambi i Paesi si sono assicurati ampie forniture vaccinali, tuttavia non le impiegheranno prima della primavera. Con l’emergenza sotto controllo hanno infatti optato per rigorose procedure di controllo dell’efficacia e sicurezza dei vaccini. Canberra ha siglato contratti con AstraZeneca, Novavax, PfizerBioNTech assicurandosi dosi vaccinali per più del doppio della popolazione. La priorità ha spiegato invece Wellington, che ha acquistato anche il vaccino di Janssen Pharmaceutica, andrà ai “lavoratori di frontiera e al personale essenziale”, sottolineando però, che per realizzare al più presto una bolla di viaggio trans-oceanica, accumulerà dosi vaccinali aggiuntive e gratuite anche per le limitrofe isole: Tokelau, Cook, Niue, Samoa, Tonga e Tuvalu.

Screenshot del twitt che a novembre 2020 ha messo ulteriormente in crisi le relazioni bilaterali tra Australia e Cina. Immagine definita “fakenews” dal Governo australiano, pubblicata dal Portavoce del Ministro degli Esteri di Pechino Lijian Zhao il 20 novembre. 

Tensioni con Pechino

La geopolitica regionale è invece marcata dall’inasprimento delle relazioni diplomatico-economiche tra la superpotenza cinese e la medio potenza australiana, con la pacifica NZ che prova a mediare. Covid 19 ha infatti esacerbato la conflittualità tra Pechino e Canberra, iniziata ad esempio già nel 2017, quando la seconda aveva pioneristicamente deciso di bandire, per ragioni di sicurezza nazionale, il 5G della cinese Huawei. Quella dell’ultimo anno è però una dinamica di tit-for-tat nuova, definita dall’ambasciatore Geoff Raby: “il punto più basso” dall’inizio delle relazioni australo-cinesi nel 1972. Cominciata nell’aprile 2020 con la richiesta australiana all’Oms di indagare le dinamiche che avrebbero portato alla diffusione di Covid 19 nel mondo dalla Cina, la dinamica “escalatoria” ha visto Pechino rispondere con la coercizione economica per piegare Canberra. Numerosi sono ad oggi i dazi imposti sull’export di grano (+80%), carne, carbone e vino (+200% circa) australiani. Tanto che a dicembre Canberra è ricorsa al meccanismo di risoluzione delle controversie dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Emblematico della schermaglia in atto è quindi il caso del twitt (foto) pubblicato in novembre da Lijian Zhao, portavoce del Ministro degli Esteri Cinese. Consiste in un’immagine artificialmente confezionata, che ritrae un militare australiano mentre sgozza un bambino afgano, pronunciando la frase: “Non avere paura, siamo venuti a portare la pace”. Il Premier australiano ha definito il post “ripugnante”, chiedendone vanamente la rimozione, sia a Pechino che a Twitter. Il cinguettio, atto a danneggiare il prestigio internazionale australiano, è stato pubblicato dopo la pubblicazione del Rapporto giudiziario australiano Bereton, che denuncia la responsabilità delle forze speciali australiane, ora sotto processo, nell’assassinio illegale di 39 afghani.

Pazienza strategica

È definitia in gergo tecnico, “pazienza strategica”, quella esercitata da Canberra. Non essendo disposta a svendere i propri principi, ma essendo evidentemente più debole della Cina, dalla quale dipende ad esempio il 35% degli scambi commerciali australiani, Canberra può solo pazientare, provando a dialogare con Pechino. Per la ricercatrice Kassam, un dietrofront cinese è però “inimmaginabile”. La ritorsione sinica si configura infatti come un monito del trattamento riservato a chi, nel Pacifico centro-meridionale, osasse ostacolare l’ascesa della Cina, che cerca continuamente di affermare e consolidare il proprio primato strategico/economico nella regione. Il punto di caduta raggiunto è riconducibile alla congiuntura di più fattori: la più assertiva postura internazionale cinese; l’inasprimento dei toni diplomatici australiani, immutati però nei contenuti; il vuoto di potere generato dalla linea isolazionista degli Usa di Trump. Tutto ciò ha generato anche più intensi dialoghi all’interno di due importanti alleanze strategiche: il Quadrilateral Security Dialogue (US, Australia, Giappone, India) e la Five Eyes (Australia, NZ, Canada, Usa, GB).

La situazione è così tesa, che la Ministra degli Esteri neozelandese Nanaia Mahuta è intervenuta offrendosi come mediatrice. Alla “twitter diplomacy”, la neo-Ministra di origini maori, propone di sostituire il dialogo ed il confronto a quattrocchi, in occasione dellAsia-Pacific Economic Cooperation Summit 2021, che presiederà. Concorda il giurista Gillespie, che per ricostruire la compromessa fiducia reciproca ed invertire la spirale conflittuale, ha suggerito di ripartire dalla pittima minore. Ogni anno questo volatile percorre infatti 11mila km, migrando tra Cina, Australia, NZ e USA, unendoli nemmeno troppo simbolicamente, in unico orizzonte.

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