Siria e Mediterraneo, dopo il raid

Bombe, aerei da combattimento, droni. Tutto è pronto, dopo il raid aereo della notte tra venerdi e sabato, per un'eventuale escalation. Ecco quali basi militari possono essere utilizzate nel Mediterraneo. L'analisi del professor Antonino Alì, docente di diritto internazionale

di Andrea Tomasi

L’uso delle armi chimiche, che hanno causato la morte di civili, è stata la ragione ufficiale dell’intervento armato in Siria nella notte tra venerdi e sabato. Siamo di fronte a una possibile escalation nell’area a seguito del raid Usa-franco-britannico?  E l’Italia mediterranea, se venisse coinvolta, è davvero a un tiro di missili. Cerchiamo di capire, se le cose dovessero peggiorare, in quale scenario “logistico” si muoverebbe un possibile conflitto: chi ne sarebbe coinvolto, come e dove.

Come raccontato in un’intervista rilasciata all’Atlante dalla professoressa Chantal Meloni dell’Università di Milano (la video-denuncia integrale può essere vista al Mag di Riva del Garda dove è stata allestita la mostra NO WAR-NO PEACE) le nuove guerre sono fatte spesso anche con i droni, gli aerei senza pilota, manovrati a distanza. E l’Italia ha siglato un accordo con gli Usa per concedere l’utilizzo della base di Sigonella (Sicilia). Gli Stati Uniti hanno presidi in tutto il Mediterraneo. Possono lanciare droni armati anche dalle basi in Turchia, Etiopia, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Gibuti. Inoltre la Cia gestisce due basi per operazioni Hunter Killer in Arabia Saudita ed Afghanistan.

E poi ci sono i mezzi aerei tradizionali. Per quanto riguarda l’Italia contiamo la base di Aviano (Friuli Venezia Giulia), di Vicenza (Veneto), di Camp Darby a Pisa (Toscana), dove in questi giorni si era registrato un incremento considerevole delle manovre aeree.Poi ci sarebbero Gaeta (Lazio), il Comando logistico di Napoli, le basi di san Vito dei Normanni (Puglia) e ovviamente di Niscemi e Sigonella (Sicilia).

«Ma bisogna capire come si svilupperanno le cose – commenta il professor Antonino Alì, docente di diritto internazionale della facoltà di Giurisprudenza e della Scuola di studi internazionali di Trento – Il punto di partenza più logico, vista la vicinanza è quello di Sigonella, mentre quella di Miscemi è “solo” una base radio».

Insomma la posizione dell’Italia, una portaerei naturale nel Mediterraneo, è molto delicata. Potrebbe avere un ruolo di “ricognizione” e “supporto” alla Sesta flotta americana. «Sigonella è stata centrale per il conflitto in Iraq, figuriamoci se non è strategica adesso nel “caso Siria”, che è vicinissima».

Strategica, per le operazioni militari statunitensi, potrebbe rivelarsi anche la base turca di Incirlik. «Costruita da ingegneri a stelle e strisce, a circa 400 km a sud-est di Ankara, la base militare di Incirlik ha visto la luce nella primavera del 1951. Concepita inizialmente come un’area presso cui i bombardieri avrebbero potuto fare scalo, e messa a disposizione dell’aviazione sia turca che americana, in virtù di un accordo bilaterale firmato tra le parti nel 1954, l’anno successivo la base prese il nome di Base aerea di Adana, per poi essere rinominata Base aerea di Incirlik, solo nel 1958. Durante gli anni ’60, la base ha ospitato le esercitazioni di alcuni squadroni dell’Usafe, il comando militare della United States Air Force in Europa, e mantenuto un’importanza strategica per la Nato» si legge su formiche.net.

I britannici, con la Royal Air Force, possono invece avvalersi dell’avamposto di Cipro. La partita internazionale si gioca tra cielo e mare. Gli americani non hanno nessuna intenzione di intervenire via terra, boots on the ground. Le flotte russe hanno lasciato i porti siriani e il professo Alì spiega che non si tratta certo di un segnale distensivo. «Potrebbe essere uno spostamento per evitare danni, ma più facilmente è una mossa per essere più efficaci al largo, dove si troveranno anche le navi Usa».

E sullo sfondo c’è la domande delle domande: in Siria sono state utilizzate armi chimiche? E siamo sicuri che sia stato il governo di Assad ad utilizzarle? «È questo il trigger point dal punto di vista del diritto internazionale – prosegue Alì – C’è una organizzazione internazionale che si occupa di queste vicende e che deve essere chiamata in causa per indagare sull’effettivo utilizzo di dispositivi chimici. Parliamo dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche – Organisation for the prohibition of chemical weapons) con sede all’Aia. L’Opac può essere messa in azione e, in quel caso, ha la possibilità di verificare se sono stati utilizzati ordigni chimici. Si può capire quali possono essere stati usati e da chi. Certo, se si tratta di cloro tutto diventa più difficile, perché è teoricamente di facile reperimento e utilizzo da parte di tutti. Se invece si tratta di composti più raffinati, diventa meno complesso rintracciare la fonte».

L’Opac permetterebbe l’accertamento imparziale dei fatti grazie ad una convenzione del 1993. L’accertamento imparziale dei fatti è previsto dal diritto, da una convenzione sul disarmo chimico del 1993. Anche l’accertamento in loco richiederebbe un po’ di tempo per l’accesso e le verifiche. Intanto entrambi i fronti sono armati fino ai denti.

I russi hanno chiesto le prove dell’utilizzo di profili chimici complessi, che inchioderebbero Assad. Il presidente intanto si sta realisticamente mettendo al sicuro, anche davanti alla prospettiva del “semplice” attacco con missili Cruise, che causerebbero comunque non poche vittime civili. «Assad ha la possibilità di rifugiarsi in uno dei tanti bunker preparati per lui e per la sua famiglia. Ma potrebbe anche facilmente confondersi tra la popolazione e trovare una via di fuga».

In questa situazione le forze della coalizione atlantica (ma al momento non si parla di missione Nato) stanno cercando una legittimazione sul piano del diritto internazionale o comunque l’appoggio dell’opinione pubblica.

«La certificazione dell’Opac sarebbe fondamentale». E ancora il professor Alì: «Gli Usa puntano alla decapitazione della leadership siriana. Poi potrebbe puntare alla negoziazione con i russi per l’individuazione di un nuovo governo. Putin non vuole perdere il governo e, con esso, i porti della Siria (quello di Tartus è il più noto)

Nel documentario-intervista a Vladimir Putin, una miniserie tivù firmata dal regista Oliver Stone, il presidente russo, aveva dichiarato: «Non esiste più il blocco orientale, né l’Urss. Perché esiste ancora la Nato? Mi sembra che per giustificare la propria esistenza la Nato sia in costante ricerca di un nemico esterno o di qualche provocazione» (“The Putin Interviews”, Usa 2017). Parole che oggi, a distanza di un anno, pesano in un altro modo.

 

Foto tratta da http://www.documentarytube.com/articles/bombing-on-syria-pros-and-cons-of-a-likely-war-scenario

 

 

 

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