Un G7 di buone intenzioni

Svola sui vaccini anti Covid e un ritorno al multilateralismo. Con un percorso disseminato di ostacoli

di Maurizio Sacchi

Il G7 che si è tenuto la scorsa settimana, il primo dopo quello di aprile 2020, con la partecipazione dei leader di Gran Bretagna, Usa, Canada, Giappone, Francia, Germania e Giappone (più i presidenti di Commissione e Consiglio Ue) ha rappresentato un importante punto di svolta nell’orientamento delle politiche economiche dell’Occidente, di fronte alla sfida posta dalla pandemia in corso. I 7 Paesi più industrializzati dell’Occidente hanno infatti messo sul tavolo, complessivamente,  7,5 miliardi di dollari per permettere che i vaccini arrivino anche ai Paesi in via di sviluppo, una lotta contro il tempo prima che le varianti prendano il sopravvento, con il rischio di annullare gli sforzi fatti finora. Ma la penuria di dosi nei Paesi ricchi rischia di lasciare nel campo delle buone intenzioni questa storica decisione.

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Oggi circa 130 Paesi nel mondo non hanno nessun vaccino, mentre i Paesi sviluppati hanno ordinato più di tre miliardi di dosi, 1,2 miliardi più del necessario. La Ue ha ordinato dosi per vaccinare 2,7 volte la propria popolazione, La Gran Bretagna 3,6 volte, gli Usa il doppio, mentre i Paesi dell’Unione africana ne hanno ordinati per coprire solo il 38% della popolazione, l’India il 4 percento della sua popolazione (116 milioni di dosi, malgrado il Paese sia un grande produttore mondiale di medicinali). Covax, il programma lanciato dall’Oms un anno fa, ha come obbiettivo il disegno di una strategia globale per vaccinare la totalità della popolazione mondiale. Ma, con il regime attuale non ha la potenzialità di vaccinare più del 20 percento degli abitanti del Pianeta. In questo scenario vanno quindi valutate le decisioni del recente G7. La Ue ha raddoppiato proprio al G7 il proprio contributo per la vaccinazione globale (da 500 milioni a un miliardo di Euro), la Germania contribuisce con altri 1,5 miliardi, oltre alla quota comunitaria. 

Gli Usa, che con Biden aderiscono al programma cui Trump aveva voltato le spalle, contribuiranno con 4 miliardi, di cui la metà “molto rapidamente”,  più 13 milioni di dosi urgenti per il personale sanitario in Africa. Boris Johnson ha assicurato che la Gran Bretagna darà “al terzo mondo” il surplus di dosi ordinate (400 milioni). Emmanuel Macron ha proposto di destinare tra il 3 e il 5 percento delle dosi prenotate dalla Francia all’Africa, sul che Angela Merkel si è dichiarata d’accordo.  Il presidente francese ha denunciato un rischio di ”guerra di influenza” sui vaccini,e ritiene “insostenibile” lasciare che “si diffonda l’idea che centinaia di migliaia di vaccini siano somministrate nei Paesi ricchi e che non si cominci a vaccinare nei Paesi poveri” (e con un colpo alla botte, nel contempo afferma che, vista la sua modesta offerta del 3-5 percento sulle dosi, assicura che non ci sarà nessun impatto negativo sulla strategia vaccinale nella Ue).

Intanto, con l’arrivo di Joe Biden, al suo primo G7 come Mario Draghi, anche gli Usa tornano al multilateralismo, dopo i 4 anni di “America first” di Trump. Lo ha sottolineato ieri la cancelliera Angela Merkel: “Il multilateralismo si è rafforzato, e avrà di nuovo maggiori possibilità”.  Il prossimo appuntamento del G7 è programmato in presenza dall’11 al 13 giugno prossimo, a Saint-Yves in Cornovaglia (con Australia, Corea del Sud e India invitati). Da entrambi gli appuntamenti è assente la Cina. Non è un dato da poco, non solo sul piano economico, come vediamo più avanti, ma anche in considerazione del fatto che questa svolta del G7 va letta nell’ambito della diplomazia mondiale dei vaccini, come risposta all’attivismo di Cina e Russia, che approfittano della lotta al Covid per aumentare la loro influenza sullo scacchiere internazionale. Cina e Russia hanno fornito più di 800 milioni di dosi a 41 Paesi in tutte le aree del mondo; piccole donazioni, affiancate da accordi commerciali molto più grandi. Anche l’India sta inviando milioni di dosi del vaccino Oxford/AstraZeneca – prodotto negli impianti del Serum Institute of India – in Bangladesh e in altri paesi dell’Asia meridionale, in una chiara mossa di contrasto  all’a crescente nfluenza regionale della Cina.

Dal mondo delle organizzazioni umanitarie si denuncia però che i Paesi del G7 hanno ordinato 1,5 miliardi di vaccini in più del necessario per coprire la loro  popolazione, ostacolando la capacità del programma  Covax di acquistare forniture sufficienti. I Paesi più ricchi effettivamente, mentre si vantano di distribuire denaro contante ai Paesi più poveri per acquistare dosi, accumulano la gran parte delle dosi disponibili nei propri frigoriferi. Benché le prese di posizione solidali, e il ritorno a un approccio multilaterale non siano affatto da sottovalutare, e rappresentino un segnale incoraggiante, molti sono gli aspetti problematici che inducono a una giustificata diffidenza. Un problema che emerge con drammatica evidenza è la scarsità di dosi disponibili, a causa  dell’incapacità di rispettare le consegne secondo gli impegni presi dalle Case farmaceutiche. 

Un altro problema di rilievo è costituito dal fatto che quanto accordato al G7 appena passato, e anche dal prossimo di giugno, è stata esclusa la Cina.  Intanto la Cina è divenuto il principale partner commerciale dell’Ue, superando in questo dato nel 2020gli Stati uniti. L’ Impero di mezzo ha contrastato con efficacia gli effetti della pandemia, e un risultato di questo è che il volume degli scambi tra Cina e Unione europea è salito a 709 miliardi di dollari (586 miliardi di euro,) l’anno scorso, rispetto ai 671 miliardi di dollari di importazioni ed esportazioni dagli Stati Uniti. Malgrado il crollo dell’economia cinese del primo trimestre a causa della pandemia, la ripresa economica  nel corso dell’anno ha alimentato la domanda di prodotti dell’Ue. sostenendo la domanda di auto e beni di lusso europei.e al tempo stesso ha conquistato il primo posto negli investimenti esteri degli Stati Uniti.Nel frattempo, le esportazioni cinesi verso l’Europa hanno beneficiato di una forte domanda di attrezzature mediche ed elettronica.

“Nel 2020, la Cina è stata il principale partner commerciale dell’Unione europea. Questo risultato è dovuto all’aumento delle importazioni (+5,6 percento), e delle  esportazioni (+2,)”- Lo ha comunicato il 15 febbraio l’Eurostat, l’istituto statistico dell’Unione. Informazione confermata anche dai dati ufficiali della Cina pubblicati a gennaio, che mostrano che gli scambi con l’Ue sono cresciuti del 5,3 percento, giungendo a 696,4 miliardi di dollari nel 2020. Anche il deficit commerciale dell’Unione europea  con la Cina è cresciuto da 199 a 219 miliardi di dollari, sempre secondo i dati Eurostat. Sebbene gli Stati uniti e il Regno unito rimangano i maggiori mercati di esportazione dell’Ue, gli scambi con entrambi i Paesi sono diminuiti in modo significativo. Con gli Stati uniti si è registrato un calo di importazioni  del 13,2 percento,  e di esportazioni di 8,2 punti percentuali.

Il commercio transatlantico nell’era Trump è stato caratterizzato da una serie di dispute, che hanno portato a dazi su acciaio e prodotti come il cognac francese e il vino italiano,  o le motociclette americane Harley-Davidson.Nel 2020, gli Stati Uniti hanno quindi registrato un volume commerciale di 671 miliardi di $ con l’Ue, in calo di ben 75 miliardi di dollari rispetto ai 746 miliardi dell’anno precedente. Mentre l’Unione europea e la Cina rafforzano i loro legami non solo economici, con entrambe le parti impegnate a definire un accordo sugli investimenti che garantirebbe alle imprese europee un migliore accesso al mercato cinese, non è chiaro se il nuovo presidente degli Stati uniti Joe Biden rivaluterà l’approccio statunitense al commercio internazionale, sia nei confronti della Cina, che con l’Europa. Insomma, anche se si è trattato certamente di un G7 storico, che da una parte vede al primo posto la solidarietà, e segna il ritorno del multilateralismo dopo l’auge sovranista dell’era Trump, il rischio che gli egoismi e i calcoli economici di breve gittata ostacolino e rendano vane le buone intenzioni è reale. E un coinvolgimento ufficiale della Cina, che si avvia a prendere la prima posizione mondiale nel ranking economico, pare un atto ineluttabile.

Quale sarà la reale applicazione delle promesse fatte al G7 appena concluso sarà senza dubbio il tema principale dell’appuntamento di giugno, in cui i rappresentanti delle potenze occidentali si ritroveranno per trarre le somme di questi mesi cruciali. 

Nell’immagine, Photo by CDC on Unsplash

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