Usa-America Latina: un vertice deludente

Esclusi Cuba, Venezuela e Nicaragua, anche Lopez Obrador decide di non andare. Sullo sfondo la crescente presenza della Cina

di Maurizio Sacchi

Al Vertice regionale dell’ Oea-Organizaciòn de Estados Americanos, svoltosi a Los Angeles negli Stati Uniti dal 8 al 10 di giugno, il presidente Joe Biden non ha invitato  Cuba, Venezuela e Nicaragua, Paesi che considera non democratici. Un alto funzionario statunitense ha dichiarato all’agenzia Afp che “gli Stati Uniti continuano a mantenere riserve sulla mancanza di spazio democratico e sulla situazione dei diritti umani” nei tre Paesi esclusi.(…). “Di conseguenza, Cuba, Nicaragua e Venezuela non saranno invitati a partecipare al vertice”. La scelta ha suscitato reazioni.

A  causa del mancato invito da parte di Washington di questi Paesi, il Presidente messicano Manuel Lopes Obrador ha dichiarato: “Non andrò al vertice, perché non invitano tutti i Paesi americani e credo sia necessario cambiare la politica che ci è stata imposta per secoli: l’esclusione”. Lo ha dichiarato  nella sua conferenza stampa quotidiana, aggiungendo che il ministro degli Esteri Marcelo Ebrard avrebbe rappresentato  il Messico al suo posto. La settimana  precedente al vertice, la Casa Bianca aveva dichiarato che Biden era desideroso di far partecipare Lopez Obrador. La risposta del presidente messicano non si era fatta attendere: “Non si può avere un Vertice delle Americhe se non vi partecipano tutti i Paesi delle Americhe”, ha dichiarato e ha anche esortato gli Stati Uniti a porre fine alle sanzioni contro Cuba. “Oppure si può fare – ha aggiunto –  ma noi lo vediamo come la vecchia politica dell’interventismo, della mancanza di rispetto per le nazioni e i loro popoli”. Lopez Obrador ha aggiunto che il suo rifiuto non influirà sulle sue “ottime relazioni” con Biden, che secondo lui ha subito “pressioni da parte dei repubblicani” per tenere fuori i tre Paesi.

Il Presidente della Repubblica di Cuba, Miguel Diaz-Canel ha dichiarato che non avrebbe partecipato anche se invitato, mentre il leader conservatore del Guatemala Alejandro Giammattei si è ritirato per protesta contro la messa sotto accusa da parte della magistratura a stelle e strisce del procuratore generale guatelmalteco,  Consuelo Porras, inserita dal Dipartimento di Stato americano nella sua lista di “attori corrotti e antidemocratici”, ma difesa a spada tratta dal premier. Il Presidente dell’Argentina, Alberto Fernández, ha  criticato duramente l’esclusione di Cuba, Venezuela e Nicaragua dal nono Vertice delle Americhe e ha chiesto la ristrutturazione dell’Organizzazione degli Stati Americani (Oea), “rimuovendo immediatamente coloro che la guidano”. Fernández  parlava in qualità di leader della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), sorta anche in polemica con l’Oea,  composta da 32 nazioni, di cui fanno parte i Paesi esclusi, ma non gli Stati uniti.

“Avremmo sicuramente voluto – ha aggiunto – un altro Vertice delle Americhe. Il silenzio degli assenti ci sfida (…). Se l’Oea vuol essere rispettata e tornare ad essere la piattaforma politica regionale per la quale è stata creata, deve essere ristrutturata, rimuovendo immediatamente coloro che la guidano”. Fernández ha anche respinto l’interferenza sulla Banca interamericana di sviluppo – Banco interamericano de desarrollo (Bid). “Hanno [gli Stati uniti] assunto la gestione della BID, che storicamente è stata in mani latinoamericane”, ha detto. Il Presidente argentino ha sottolineato che “è necessario un processo di capitalizzazione per avere maggiori e migliori mezzi di finanziamento” nell’organizzazione, e ha chiesto che “la banca di sviluppo regionale, senza ulteriori ritardi,  riporti la sua governance in America Latina e nei Caraibi”. E ha fatto notare che l’America Latina e i Caraibi sono emersi “dalla pandemia come la regione più indebitata del Mondo in via di sviluppo” e ha sottolineato che “il peso medio del debito estero supera il 77% del prodotto regionale lordo”. 

 Prendendo in considerazione Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Ecuador e Perù, i sei hanno registrato un calo complessivo dell’8% delle esportazioni totali nel 2020. L’anno scorso, le esportazioni verso gli Stati Uniti hanno visto una diminuzione del 19 percento, più colpite di quelle verso la Cina, che hanno registrato  un aumento di 4 punti. Questa maggiore resilienza delle esportazioni verso la Cina è spiegata dal fatto che la sua economia ha avuto una ripresa più rapida rispetto agli Stati Uniti. Ma non é la sola spiegazione.

Durante il mandato di Donald Trump la  mancanza di interesse di Washington a rafforzare le relazioni commerciali con l’America Latina era basata sulla scelta di  ridurre il deficit commerciale con Messico e Cina, ricorrendo a tariffe e sanzioni, unite a un disinteresse strategico   per la regione, hanno creato un vuoto che la Cina ha colmato. Inoltre, sempre sotto Trump, la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha provocato la trasformazione di alcune “rotte di esportazione” del settore agroalimentare mondiale, avvantaggiando i produttori latinoamericani, come il Brasile, a scapito di quelli statunitensi.

Biden al verice ha alluso alla Cina: “Vogliamo assicurarci che i nostri vicini più prossimi abbiano una scelta reale tra lo sviluppo a trappola del debito, che è diventato sempre più comune nella regione, e l’approccio trasparente e di alta qualità agli investimenti infrastrutturali che offre guadagni duraturi per i lavoratori e le famiglie”. Biden ha cercato di presentare una visione unificante per l’emisfero occidentale, affermando che “non c’è motivo per cui la regione non possa essere la più progressista, la più democratica, la più prospera, la più pacifica e sicura del mondo”. Ma perché questa idea di prosperità e pace si realizzi, occorrerebbe un serio impegno degli Stati Uniti per lo sviluppo sostenibile dei suoi fratelli dell’emisfero Sud. E il modello nordamericano punta quasi esclusivamente sul settore privato

Qualche ora prima del vertice, alla Camera di commercio di Los Angeles, Biden aveva “esortato” gli imprenditori statunitensi ad aiutarlo a rafforzare il suo piano per una partnership economica ed  ecologica con l’America Latina., per stimolare la ripresa dalla pandemia e contribuire ad affrontare le cause alla radice della migrazione irregolare nel Paese.  Ma com’è noto, gli imprenditori fanno quel che conviene, e simili esortazioni non hanno alcun effetto.. Nei fatti, la Cina ha superato gli Stati Uniti come principale mercato dell’export di Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador e Perù già dal  2010. La quota  cinese ha continuato a crescere anche dopo la fine del boom dei prezzi delle materie prime del 2014, mentre quella statunitense è rimasta abbastanza stabile.

La rilevanza degli Stati Uniti e della Cina nelle esportazioni varia. La Cina è il principale mercato per Brasile, Cile e Perù, mentre gli Stati Uniti sono la principale destinazione delle esportazioni di Colombia ed Ecuador. Per l’Argentina, il Brasile è il principale acquirente di merci, seguito da Unione Europea (UE), Cina e Stati Uniti. La UE è anche la 2° principale destinazione dell’export di Brasile, Colombia ed Ecuador; per il primo gli Stati Uniti sono al 3° posto e per gli altri due al 3° posto vi è la Cina. Stati Uniti e Cina insieme costituiscono la destinazione di oltre il 50% delle esportazioni cilene e di oltre il 40% delle esportazioni brasiliane e peruviane. Di fatto, le esportazioni verso Stati Uniti e Cina superano il commercio intraregionale.Le esportazioni latinoamericane in Cina e negli Stati Uniti sono complessivamente poco diversificate e fortemente dipendenti dalle materie prime. Questa tendenza è ancora più marcata per quanto riguarda il commercio con la Cina. 

Le esportazioni di metalli (40%), prodotti agroalimentari (35%) ed energia (18%) rappresentano il 93% delle vendite dei sei Paesi alla Cina. Le esportazioni verso la Cina sono fortemente concentrate nell’agrobusiness per Argentina ed Ecuador, nei metalli per Cile e Perù e nell’energia per la Colombia. Vi è inoltre una predominanza delle stesse tre categorie di materie prime per l’export verso gli Stati Uniti, anche se in misura minore (72%). La previsione è che il tasso di crescita medio in America Latina si attesterà al 5,2 percento nel 2021, mentre i tassi negli Stati Uniti e in Cina aumenteranno rispettivamente del 6,5 e del 7,5 nello stesso periodo. commenta Ernesto De Martinis, Ceo di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa.  I prezzi medi del minerale di ferro, del rame e della soia hanno tutti superato i propri livelli record annuali tra gennaio e la fine di settembre 2021.  A tutto vantaggio del Brasile, secondo produttore mondiale di minerale di ferro. Per quanto riguarda il rame, gli attuali livelli di prezzo (4 percento in più rispetto al record del 2011) avvantaggiano Cile e Perù, rispettivamente 1° e 2° produttore mondiale. Per quanto riguarda l’agricoltura, i livelli record dei prezzi beneficiano soprattutto Brasile e Argentina.

 L’orientamento verso uno sviluppo sostenibile richiede più rame, litio, ecc.:  una concreta opportunità per Cile e Perù. E l’interesse di Pechino verso i Paesi dell’America Latina è cresciuto trasformando la regione in un potenziale campo di scontro tra Cina e Stati Uniti. “La relazione commerciale tra Cina e America Latina, che ha registrato un tasso di crescita del 5,2 percento, è in piena espansione, e Paesi come Brasile, Argentina e Perù difficilmente decideranno di ostacolare la presenza cinese proprio a causa della dipendenza reciproca, conquistando terreno su Washington, distratta da altre questioni geopolitiche come la gestione dei forti flussi migratori” , aggiunge De Martinis. E la questione migratori aè stato infatti un tema su cui Biden ha battuto molto, nel suo discorso ai partner del Nuovo Mondo. Ma i grandi temi strategici sono rimasti al margine, confermando, al di là della retorica, che l’impegno statunitense con essi non é al centro delle preoccupazioni di Washington.

Nell’immagine, la sede dell’Oea nel Distretto federale, Usa

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