Libia: ombre e spiragli

Il vertice di Palermo non ha dato una svolta alla pacificazione del Paese ma pare sia stato raggiunto un accordo almeno fino alle elezioni

di Alice Pistolesi

Non è opportuno cambiare condottiero mentre i cavalli attraversano il fiume. Con questa metafora Khalifa Haftar, il capo del sedicente esercito libico, ha fatto intendere durante il vertice di Palermo sulla Libia che non ha intenzione di rovesciare l’esecutivo di Tripoli guidato da Al-Serraj, almeno fino a quando non si terranno nuove elezioni in Libia. La metafora è stata il passaggio più rilevante di un summit che ha visto molti assenti di spessore.

L’obiettivo dell’incontro del 12 e 13 novembre, voluto dal governo italiano in primis per bloccare l’afflusso di migranti, era quello di trovare una soluzione alla crisi politica che oppone le autorità di Tripolitania e Cirenaica e discuterne con gli attori fondamentali per la stabilizzazione del Paese.

Ma non è andata esattamente così. Il generale Haftar aveva annunciato che non avrebbe partecipato alla conferenza ma ha in extremis deciso di partecipare solo all’incontro della mattina. Incontro dal quale ha voluto escludere Turchia e Qatar e che ha creato un incidente diplomatico con il Paese guidato da Erdogan, che ha lasciato il summit in polemica. A lasciare il meeting in anticipo è stato anche il presidente egiziano Al Sisi, uno dei sostenitori di Haftar insieme alla Francia.

Dopo il vertice Ankara ha dichiarato che “ogni riunione che escluda la Turchia sarebbe controproducente”. Tra i grandi assenti poi anche Merkel, Macron, Erdogan, Putin e Trump.  A definire il vertice “un importante successo” è stato invece il rappresentante Onu per la Libia, Ghassam Salamè, che ha ringraziato l’Italia per lo sforzo diplomatico.

Una questione cruciale per il vertice e soprattutto per il futuro del Paese sono le elezioni. Haftar e i suoi sostenitori internazionali chiedevano di andare al voto nel mese di dicembre, mentre Al-Serraj, sostenuto dall’Onu le caldeggiava per la primavera 2019.

Se verranno quindi confermati i commenti di Haftar di Palermo potrebbero segnalare che il generale è disposto ad aspettare le elezioni l’anno prossimo.

Non è chiaro cosa Haftar abbia chiesto in cambio alla comunità internazionale, ma  fonti diplomatiche, riportate da Al Jazeera,  hanno detto che le pressioni di Russia ed Egitto lo hanno indotto a partecipare ai colloqui a Palermo.

Il nodo elezioni aveva provocato caos diplomatico e scontri quando l’ambasciatore italiano a Tripoli Perrone aveva dichiarato ad una tv locale la necessità di rinviare le elezioni di dicembre. La dichiarazione aveva portato a scontri di piazza, bandiere tricolore incendiate e l’allontanamento da Tripoli dell’ambasciatore.  Lo scenario Il generale Haftar ha ripetutamente minacciato di attaccare Tripoli e prendere il controllo della capitale, dove vive circa il 30% dei libici. Il generale, che si crede sia sostenuto dalla Russia, dall’Egitto e dalla Francia, attribuisce alle istituzioni militari di Tripoli la responsabilità per le milizie rivali. Ha anche chiesto una giusta ridistribuzione della ricchezza petrolifera nel paese ricco di energia.

La Libia è profondamente divisa. La presa di Haftar sulla Libia orientale è stata forte e ha garantito una relativa sicurezza nella regione. Ma non gode dello stesso sostegno delle milizie occidentali, che in alcuni casi si sono allineate liberamente alla fazione di Serraj.

Totalmente nel caos poi la Libia meridionale, il Fezzan, dove le istituzioni statali e di sicurezza sono crollate. La regione è diventata un rifugio per bande criminali e milizie straniere.

Tra queste il Consiglio del Comando militare per la salvezza della Repubblica (Ccmsr), nato nel 2016 con l’obiettivo di rovesciare il governo del presidente del Ciad Idriss Déby e molti gruppi ribelli del Darfur. I ribelli del Ciad e del Sudan avrebbero campi di addestramento nel Fezzan.

Vedi anche:

La scheda conflitto Atlante sulla Libia

Libia, destino da decidere

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