La griglia irachena e il voto

di Ilario Pedrini

«In Iraq oltre 4 milioni di bambini hanno subito le conseguenze di estreme violenze in diverse aree, comprese quelle di Ninewa e al-Anbar.

Solo lo scorso anno, 270 bambini sono stati uccisi. A molti è stata sottratta l’infanzia, costretti a combattere. Alcuni porteranno per tutta la vita cicatrici sia fisiche sia psicologiche perché esposti a livelli di violenza senza precedenti. Oltre 1 milione di bambini sono stati costretti a lasciare le proprie case».

La denuncia viene da Geert Cappelaere, direttore regionale dell’Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa. «La povertà e il conflitto hanno interrotto il percorso scolastico di 3 milioni di bambini in Iraq. Alcuni non sono mai entrati in una scuola. Oltre un quarto di tutti i bambini in Iraq vive in povertà, in particolare quelli nelle aree meridionali e rurali, tra le più colpite negli ultimi anni», ha rilevato Cappelaere, aggiungendo che l’agenzia Onu chiede 186 milioni di dollari per rispondere ai bisogni dei bambini in Iraq per il 2018.

Uno dei drammi iracheni si chiama Isis. Lo scrive Armando Sanguni su Lettera 43. «Resta il fatto di fondo che la sconfitta militare dell’Isis, pur in via di completamento, non ha comportato il suo sradicamento, non solo e non tanto in termini quantitativi – cioè di miliziani ancora attivi ma mimetizzati tra la popolazione locale – quanto nei suoi fondamentali politico-ideologici e quindi nella sua capacità di manifestarsi con la sua carica omicida-suicida».

In Iraq si andrà al voto il 12 maggio. Il primo ministro Haydar al Abadi, sciita, ha fatto sapere di voler andare oltrre la contrapposizione con i sunniti.

Obiettivo dichiarato: la sconfitta dell’Isis e una serie di riforme.

Su Lettera 43 viene definito «uomo di mediazione», che sarebbe in grado di «non scontentare troppo Teheran che gli ha assicurato una mano robusta contro l’Isis attraverso le milizie sciite para-militari comprese nelle Unità di Mobilitazione popolare (Ump) – circa 100 mila combattenti, in maggioranza sciiti e per un terzo circa sunniti arabi e curdi, etc».

E poi avrebbe concordato con Riad, con il sostegno degli Usa, un ambizioso programma di collaborazione «imperniato in parte sulla risposta alle esigenze di ricostruzione del paese cui si sta associando anche Washington. Un bel rebus considerando anche il fatto che ha in al Maliki, suo predecessore e compagno di partito, prono a Teheran, un temibile avversario».

E l’Italia? Il Belpaese è concentrato sulle questioni interne. Da noi alle urne si va il 4 marzo, ma nell’agenda di chi è in campagna elettorale la politica estera quasi non compare, se non quando si parla di sbarchi di disperati sulle nostre coste.

Eppure in Iraq sta lavorando l’Unione europea, impegnata nella strategia di intervento portata avanti tra il 2014 e il 2017. Ci sono vari capitoli: quello umanitario, quello della sicurezza a quello della cooperazione allo sviluppo (di cui abbiamo parlato recentemente proprio dalle pagine dell’Atlante).

Tra i presenti c’è, oltre gli Stati Uniti – Paese che ha annunciato un intervento di circa 150 milioni di dollari – una lunga schiera di Paesi, oltre 70, invitati alla conferenza per il finanziamento della ricostruzione dell’Iraq. C’è anche l’Italia.

 

 

 

 

 

 
http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2018/01/19/iraq-4mln-bambini-colpiti-dalla-guerra_8e2e984b-07ff-4d1f-9f41-795065373e7a.html

https://www.lifegate.it/persone/news/come-la-situazione-iraq

http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2018/01/18/iraq-elezioni-2018-abadi/217176/

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