Tigrai senza pace

 Si riduce lo spiraglio di speranza sulla possibilità mediazione dell’Unione Africana. Con la ripresa delle ostilità del mese scorso, i livelli di diffidenza reciproca aumentano e la strada del negoziato  sembra ancora in salita

di Marta Cavallaro

Eventi inattesi e dichiarazioni inaspettate hanno caratterizzato nelle ultime settimane il conflitto nella regione etiope del Tigrai, che ormai si protrai da quasi due anni. Uno spiraglio di speranza si era aperto quando l’11 settembre i rappresentanti delle forze tigrine avevano dichiarato la loro intenzione di prendere parte ai colloqui di pace con il Governo federale di Abiy Ahmed Ali, accettando la mediazione dell’Unione Africa (UA) e sostenendo di “essere pronti a rispettare una cessazione immediata e concordata delle ostilità per creare un’atmosfera favorevole al processo”. Fino a quel momento il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrai (TPLF) si era opposto alla mediazione dell’UA, mettendo in discussione la neutralità di Olusegun Obasanjo, ex Presidente nigeriano e inviato dell’organizzazione per il Corno d’Africa, accusato di essere troppo vicino al primo ministro etiope Abiy Ahmed. L’apertura del TPLF avveniva nel contesto di una generale ripresa delle ostilità che a fine agosto aveva riacceso il conflitto tra le forze governative e il fronte tigrino dopo cinque mesi di relativa pace.

Le speranze di pace potrebbero però essere infrante dagli sviluppi degli ultimi giorni. Martedì scorso il TPLF ha accusato l’Eritrea di aver lanciato un’offensiva su larga scala in diverse aree del Tigrai al confine tra i due Paesi. Le accuse sono state confermate da diversi operatori umanitari nella regione e dagli inviati statunitensi in Etiopia. Secondo quanto riportato dalla BBC, il Governo eritreo starebbe mobilitando le riserve militari, chiamando alle armi la popolazione maschile al di sotto dei 55 anni per ingrossare le fila impegnate nella nuova offensiva contro le forze tigrine. L’Eritrea combatte a fianco del Governo etiope dall’inizio del conflitto e la nuova escalation rischia di complicare qualsiasi sforzo di pace tra i leader tigrini e Abiy Ahmed.

L’offensiva eritrea dimostra che il ruolo di Asmara nella guerra tra Addis Abeba e il Tigrai non è mai stato di secondo piano. L’Eritrea di Isaias Afewerki, animato dalla volontà di lunga data di distruggere il fronte tigrino, è da sempre un attore principale del conflitto. L’astio del Presidente eritreo nei confronti del TPLF risale al 1998 quando una disputa territoriale per il controllo della città di Badme e di una serie di territori al confine tra i due Paesi diede inizio ad una sanguinosa guerra che si concluse nel 2000. L’accordo di Algeri pose fine al conflitto e affidò ad una commissione indipendente delle Nazioni Unite il compito di delimitare i confini tra le due nazioni. Nel 2002 la Commissione, pur accusando Asmara di aver illegalmente aperto le ostilità con il vicino di casa, stabiliva che diversi territori contesi, tra cui la città di Badme, dovevano appartenere all’Eritrea. Il Governo etiope, all’epoca sotto la guida del TPLF, non ha però mai implementato le decisioni della Commissione. Una svolta nelle relazioni tra i due Paesi si è raggiunta solo nel 2018 con la distensione promossa dall’allora neoeletto Abiy Ahmed che, con una mossa che gli garantì il Nobel per la Pace, dichiarò di voler rispettare la decisione della Commissione e riallacciò i rapporti con Asmara. Agli occhi dell’Eritrea il FPLT non ha mai smesso di essere un nemico. D’altro canto, la promessa nel 2018 di restituire ad Asmara diversi territori del nord del Tigrai ai fini di una generale riconciliazione tra i due Paesi ha contribuito ad aumentare gli attriti tra le forze governative e la leadership tigrina che sono poi esplosi nel 2020.

La guerra che va avanti ormai da due anni è infatti solo la punta dell’iceberg di tensioni di lunga data che affondano le radici nella Storia del Paese e che sono riemerse gradualmente dall’elezione dell’attuale Primo Ministro. Abiy Ahmed si è fin da subito presentato come una figura di rottura, dalla distensione con l’Eritrea in politica estera ai suoi progetti di rinnovamento istituzionale in politica interna. Il suo tentativo di centralizzare il sistema istituzionale nelle mani del Governo ha inevitabilmente riportato a galla i ricordi del monopolio politico, linguistico e culturale nelle mani dell’etnia Amhara negli anni dell’Etiopia imperiale, mettendo in discussione il modello federale costruito e plasmato dalla leadership tigrina nei suoi anni al potere all’indomani della dittatura militare. Un mix esplosivo in un contesto in cui l’identità etnica è politicizzata e domina un sentimento generale di marginalizzazione politica, sofferto prima dai gruppi Oromo e Amhara sotto la leadership tigrina e poi dai tigrini stessi allontanati dal potere negli anni di Abiy Ahmed.

Non è facile prevedere la fine del conflitto. Con la ripresa delle ostilità i livelli di diffidenza reciproca tra le parti in gioco sono ancora molto alti e non aiuta il coinvolgimento di attori esterni come l’Eritrea, che sabotano i piccoli e pochi passi avanti verso la pace. Nessuna delle fazioni in campo ne esce pulita. In un report pubblicato lunedì scorso, la Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani in Etiopia ha denunciato le violazioni commesse da entrambe le parti affermando che ci sono presupposti ragionevoli per ritenere che in diversi casi forze tigrine e governative si siano macchiate di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Nello specifico, la Commissione sembra accusare il Governo etiope di aver usato la fame come arma da guerra, negando sistematicamente al Tigrai l’accesso agli aiuti umanitari. Al contempo, le brutalità delle forze tigrine sono state più volte condannate da organizzazioni come Human Rights Watch e Amnesty International, che ha sottolineato anche la responsabilità delle forze eritree in massacri di civili, esecuzioni sommarie e attacchi indiscriminati sulla popolazione.

Il conflitto ad oggi ha prodotto centinaia di migliaia di vittime, a cui si aggiungono quelle colpite da siccità e carestia in un momento in cui il Corno d’Africa si prepara ad affrontare il quinto anno consecutivo di temperature più elevate della media e assenza di pioggia. La pace sarà soltanto il primo passo per ricostruire un Paese e riconciliare un popolo devastato da morte, violenza e impunità.

In copertina: Ethiopia: Access Map – Tigray Region (as of 31 May 2021) da Reliefweb

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