Siria, arrivo (e vittime) a Khan Sheikhoun

Le forze governative hanno conquistato una delle ultime roccaforti 'ribelli': centinaia i morti e 400mila sfollati al confine con la Turchia

Giorni di scontri intensi e di riposizionamenti in Siria. I combattenti dell’opposizione si sono infatti ritirati da una della città chiave nella provincia siriana di Idlib a causa dell’offensiva delle forze di Assad per riconquistare Khan Sheikhoun, l’ultima grande roccaforte dell’opposizione del Paese, in mano ai ribelli dal 2014.

Il ritiro da Khan Sheikhoun è arrivato dopo giorni di aspri combattimenti. Pare che i combattenti che si sono ritirati provenissero dai gruppi Jaish al-Izza e dalla parte turca di al-Jabha al-Wataniya lil-Tahrir (Fronte di liberazione nazionale, Nlf), definita da Al Jazeera “una coalizione libera di gruppi armati considerata parte dell’opposizione moderata”. Pare comunque che le truppe ribelli si siano per il momento spostate verso Nord e ad Est per impedire alle truppe governative di avanzare ulteriormente. Una dichiarazione del principale gruppo nell’area, Hay’et Tahrir al-Sham (HTS), un ex affiliato di al-Qaeda, descrive infatti il ritiro come “una riassegnazione” che consente loro di continuare a difendere il loro territorio. Alla Bbc il gruppo ha parlato di “dislocazione” delle forze.

Khan Sheikhoun rappresenta da tempo un punto critico nella guerra siriana. Nel 2017 è stata vittima di un attacco con armi chimiche attribuito a Damasco dagli esperti dell’Onu, che innescò la reazione militare degli Stati Uniti.  Khan Sheikhoun si trova su un’autostrada chiave (la M5) che collega Damasco con la città settentrionale di Aleppo. Conquistare la città significa quindi per il governo siriano controllare un collegamento strategico e aumentare gli scambi commerciali. L’ultimo ostacolo per i governativi in questo senso è la città di Maarat al-Numan, a Nord di Khan Sheikhoun. La città fa poi parte della regione di Idlib, una delle zone più delicate del Paese e di cui abbiamo trattato più volte perché ospita circa tre milioni di persone, metà delle quali vi sono state trasferite in massa in fuga dalle altre aree interessate dai combattimenti.

La zona è però oggetto di un’offensiva governativa da fine aprile, che ha provocato la morte di centinaia di vittime civili e la distruzione anche di scuole e ospedali. Le Nazioni Unite hanno infatti infatti riferito che “Idlib potrebbe essere il peggiore disastro umanitario del secolo”. Durante i combattimenti di questi giorni a Khan Sheikhoun e nei dintorni, circa 400mila persone sono fuggite al confine tra Turchia e Siria. Secondo le Nazioni Unite, oltre 500 civili sono stati uccisi, mentre altre centinaia sono state ferite dall’inizio dell’offensiva.

Intanto lunedì 19 agosto, nel corso dei combattimenti, i raid aerei hanno colpito un convoglio militare turco (che pare contenesse rifornimenti e rinforzi per i ribelli) nei pressi di Idlib. A riferirlo è stato il ministero della difesa turco, aggiungendo che era stato inviato “per mantenere rotte di rifornimento aperte, garantire la sicurezza del posto di osservazione e proteggere i civili nella regione”. Nell’attacco almeno tre civili sono stati uccisi. Non è chiaro se ad abbattere il convoglio sia stato il governo siriano o i caccia russi.

La posizione turca è da tempo ambigua. Ankara sostiene alcune fazioni ribelli nel Nord-Ovest della Siria e ha schierato forze nella regione di Idlib in seguito ad accordi con la Russia, alleata di Assad. I turchi infatti hanno lasciato passare le colonne di rinforzi ribelli verso i punti caldi del fronte, i rifornimenti di armi e munizioni, ma non hanno opposto una vera resistenza all’offensiva su Idlib, cominciata il 30 aprile 2019. Intanto i droni turchi da tempo hanno iniziato a operare nella Siria settentrionale, dove Ankara e Stati Uniti hanno concordato di creare una zona di sicurezza, come da anni richiesto dalla Turchia. Accordo quantomeno controverso dal momento che Usa e Turchia divergono su più punti nella questione siriana. Una su tutte il sostegno Usa all’esercito curdo Ypg, ritenuto da Ankara terrorista perché vicino al partito di Ocalan, il Pkk, da sempre acerrimo nemico della Turchia di Erdogan.

*In copertina un fotogramma tratto dal video di Euronews

di Red/Al.Pi.

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