Piccolo Atlante di una Pandemia (Febbraio 2022)

Una panoramica globale sull’evoluzione del virus e soprattutto della risposta di Paesi, Governi, Continenti, Persone

Con questa nuova edizione il Piccolo Atlante di una Pandemia nato il 21 marzo scorso cresce. Con un aggiornamento che diverrà mensile e che intende fotografare non tanto l’evoluzione del virus ma quella della risposta di Paesi, Governi, Continenti, Persone. Un motivo ci spinge a farlo ed è quello di pensare al dopo.

Se mai ve ne fosse stato bisogno, la conferma arriva periodica nelle nostre vite: il Coronavirus sta gonfiando le ingiustizie che già c’erano. Il Mondo non migliora, torniamo a dirlo. E non è solo questione di pandemia: il problema è globale e rischia di travolgere la vita di milioni di persone.

Gli squilibri restano. E non si parla solo quelli clamorosi dei super miliardari che hanno guadagnato ancora di più investendo nella logistica o nelle materie prime. No, parliamo della gente comune, di noi normali. Vediamo.

Al 14 gennaio 2022, era completamente vaccinato il 50,9% della popolazione mondiale. Un dato che mente, che non mostra la realtà, perché nell’Unione Europa, che vale il 9,59% della popolazione planetaria, i vaccinati completi sono più del 70%, In Africa, che ha il 17,2% degli abitanti del Pianeta, meno dell’8% ha concluso il ciclo vaccinale. Morale semplice da ricavare: i popoli più ricchi possono curarsi e sperare di uscire dal tunnel dell’epidemia. I poveri, no.

Diciamo la verità, la cosa non è in assoluto una novità. Ma qui la questione è che i numeri, questa verità, ce la sbattono in faccia. In più, questi numeri ci raccontano che abbiamo poche speranze di uscire davvero dalla pandemia, perché per uscirne dovremmo avare tutto il Pianeta con una percentuale di vaccinazioni completa al 75%. Il risultato è raggiungibile. In teoria, al ritmo di 11milioni di dosi somministrate al giorno, entro il 1 settembre 2022 tutti saremmo coperti. La teoria, però, si scontra con la pratica dell’impossibilità, per molti Paesi, di acquistare le dosi e, soprattutto, di garantire la logistica necessaria per somministrarle. Servono aiuti, subito e condivisi dalla comunità internazionale. C’è chi ha calcolato che la spesa complessiva potrebbe essere attorno ai 60/70 miliardi di euro. Tanti soldi. Infinitamente meno, comunque, dei quasi 2mila miliardi di dollari che il Mondo spende ogni anno per acquistare armi.

Sono queste le tracce degli squilibri. E gli squilibri fanno crescere ingiustizie e cause di guerra. Aggiungiamo dati, per capire: nei primi dodici mesi di campagna vaccinale, solo il 3,7% della popolazione dei Paesi a basso reddito ha avuto almeno una dose di vaccino. La percentuale si alza al 61% nelle aree ricche. A peggiorare le cose c’è la coscienza che nella stragrande maggioranza dei Paesi poveri l’assenza di vaccini ha portato all’impiego di altre misure di contrasto del virus, cioè lockdown e chiusure sociali. Così, intere famiglie hanno perso lavoro e attività commerciali, in luoghi dove non esistono politiche sociali utili a garantire gli ammortizzatori in caso di disoccupazione, il diritto alla salute, un reddito minimo. Risultato: un disastro. Intere economie sono crollate e i poveri sono diventati sempre più poveri.

Altro caso disastroso, per come era conformato il Mondo pre pandemia. Parliamo di economia globale, cioè delle cosiddette “catene globali del valore” e delle “filiere globali di approvvigionamento”. La prime tengono assieme tutte le attività che, scavalcando confini e frontiere, creano una qualsiasi merce:  andiamo dalla progettazione alla produzione, attraverso l’assemblaggio dei vari materiali e componenti, fino alla commercializzazione e alla distribuzione. Le seconde, sono invece la logistica e il trasporto delle materie prime necessarie alla produzione. Sono catene globali, lunghissime, che consentono grandi risparmi alle aziende. Hanno il difetto di ignorare – troppo spesso – ogni minimo diritto legato al lavoro e all’esistenza umana, ma a questo il Mondo sembra non far troppo caso. Nel post pandemia, è emerso invece il vero difetto: la fragilità estrema dei sistemi. Basta nulla per fermarli e bloccare, di conseguenza, tutti. Giusto per fare un esempio. Ricordate la portacontainer Ever Given, incagliata nel Canale di Suez? Di fatto chiuse il passaggio di un tratto di mare che vede scorrere il 12% del traffico merci mondiale e il 30% di quello che viene spedito via container. Bene: gli esperti hanno calcolato che quella interruzione della “filiera” costò quasi 10miliardi di dollari di perdite al giorno.

I lunghi lockdown dovuti all’assenza di assistenza sanitaria adeguata e, poi, di vaccini, hanno creato infinito blocchi di quel tipo. Hanno fermato le forniture essenziali per fabbricare auto, apparecchi elettronici, abbigliamento. Hanno generato quindi miliardi di perdite e messo in ginocchio interi sistemi produttivi, economici e sociali, impoverendo milioni di esseri umani, creando le condizioni per proteste di piazza, rivolte e giri di vite a molte già balbuzienti democrazie.

La situazione, ad oggi, è questa. Grazie al Coronavirus, il Mondo – diviso sul piano della ricchezza e dei diritti fra Nord ricco e Sud povero e sul piano della geopolitica fra Ovest e Est che si riposizionano militarmente – fa ancora i conti con una epidemia che non molla la presa e lascia segni sempre più profondi. Gli strumenti per agire e rimediare li abbiamo. Serve la convinzione. Serve capire che farlo, intervenire, sarebbe semplicemente la cosa più intelligente.

Due grafici elaborati dal centro di ricerca sul coronavirus della Johns Hopkins University 

 

Un lavoro di: Giuliano Battiston, Daniele Bellesi, Raffaele Crocco, Teresa Di Mauro, Lucia Frigo, Elia Gerola, Emanuele Giordana, Alice Pistolesi, Maurizio Sacchi, Luciano Scalettari, Beatrice Taddei Saltini

I Paesi del Vicino Oriente hanno mostrato di essere più impreparati rispetto ad altri nel gestire la pandemia da Covid-19. Uno studio del Cesi ha messo in luce alcune delle storture provocate dall’emergenza sanitaria, che si sono andate ad intrecciare ad un’economia già in crisi e alle dinamiche di conflitto di cui l’area soffre. Malgrado la crescita del Pil nel 2021 rispetto all’anno precedente, la ripresa continuerà, secondo la Banca Mondiale, ad essere caratterizzata da un’esacerbazione delle disuguaglianze sia tra Paesi sia all’interno dei singoli Stati. Nel 2021, infatti, il Pil degli Stati appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar) è stato inferiore del 2,5% rispetto ai livelli pre-pandemici ma comunque in ripresa, a causa dell’innalzamento dei prezzi del petrolio. L’inflazione e il rincaro dei prezzi dei beni primari, invece, continua ad impattare sui Paesi più fragili e attraversati dalle guerre.

Yemen, raid sui civili

Non è una novità che la popolazione civile yemenita sia allo stremo, ma da gennaio 2022 la situazione è ancora peggiore. Secondo lo Yemen Data Project, il portale web che raccoglie dal 2015 vari dati sulla guerra in Yemen e in particolare sui bombardamenti della Coalizione a guida saudita, da ottobre a dicembre 2021 sono stati 648 i raid, ovvero il 43% in più rispetto a tutti i dati raccolti dal 2018 a oggi. Negli ultimi tre mesi del 2021, quindi, le vittime civili sono aumentate del 60%. Con i raid di gennaio 2022 almeno120mila persone sono senza acqua potabile , perché i bombardamenti nel governatorato di Sa’daa, hanno preso di mira gli impianti idrici. 15,4milioni di persone dipendono dagli aiuti internazionali per avere accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, mentre 8,7milioni di persone non dispongono di accessi in nessun caso. Oltre la metà delle strutture sanitarie sono state distrutte. Accanto al Covid-19 la cui diffusione è sempre stata sottostimata a causa della difficoltà di tracciamento (solo l’1,1% della popolazione ha ricevuto il vaccino), a fare paura è soprattutto il colera, che rischia una nuova impennata di contagi, dopo l’epidemia del 2017 che provocò oltre 2milioni di casi.

Siria, allarme freddo 

Le persone sfollate a causa del conflitto restano le più vulnerabili. Nel nord-ovest del Paese sono 2,8milioni coloro che hanno dovuto abbandonare, secondo la Croce Rossa Internazionale, le loro case fino a 25 volte. L’80% degli sfollati sono donne e bambini, che vivono in campi informali sovraffollati ed edifici incompiuti esposti, tra le altre cose, a uno degli inverni più freddi degli ultimi anni. Uno studio dell’ottobre del 2021 ha mostrato che il 61% dei rifugi di cemento in 680 campi per sfollati a Idlib e Aleppo non avevano tetto ed erano coperti solo con teli per proteggersi dalle intemperie. Il Covid-19 continua a sommarsi e a complicare il bisogno umanitario della popolazione. La campagna vaccinale è iniziata a maggio 2021 e ad oggi sono state vaccinate con una dose oltre 275.608 persone. Allo stesso tempo, il numero di casi positivi al Covid-19 è in costante aumento con un tasso di mortalità del 2,5%. Oltre all’aspetto sanitario la pandemia ha contribuito ad esacerbare la crisi economica che ha portato al deprezzamento della sterlina siriana e al forte calo del tasso di cambio. Per i siriani è quindi estremamente difficile acquistare oggetti di base come tronchi e carburante per riscaldarsi. I prezzi del pane sono aumentati del 32% alla fine di dicembre 2021 rispetto a giugno dello stesso anno. La metà della popolazione ha perso una o più fonti di reddito a causa della crisi economica e della pandemia. Il numero di siriani che dipendono dall’assistenza alimentare per sopravvivere è raddoppiato tra il 2020 e il 2021 a 1,3 milioni di persone.

Covax in Palestina

Alla fine di dicembre 2021 lo Stato della Palestina ha ricevuto la più grande spedizione Covax mai avvenuta, con più di 453.600 dosi del vaccino Moderna Covid-19, finanziate dai Governi di Germania e Italia. A dirlo l’Unicef, che con l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) sostiene la campagna di vaccinazione nazionale del Governo dello Stato di Palestina. Ulteriori consegne sono previste per i prossimi mesi, con l’obiettivo di coprire il 20% della popolazione.

Libano, picco e proteste

Il 2 febbraio 2022 il Libano ha riportato un record di nuovi casi di Covid-19. Per la prima volta il Paese ha infatti segnalato oltre 10mila positivi in un giorno. Finora solo il 39,6% delle persone in Libano ha ricevuto due dosi di vaccino. Intanto a Beirut è esplosa la protesta popolare contro la decisione del governo che richiede ai lavoratori del settore pubblico di vaccinarsi o di sottoporsi a frequenti test antigienici a proprie spese per poter andare al lavoro. Decisione che è stata definita una “dittatura dei vaccini”. Il contesto sociale in Libano resta esplosivo, alimentato dalla crisi economica, sociale e dalla sfiducia nella politica. In poco più di due anni, la sterlina libanese ha perso circa il 95% del suo valore e le Nazioni Unite stimano che tre quarti della popolazione sia scivolata nella povertà.

In Asia è ancora l’India a riportare il maggior numero di contagi quotidiani e il maggior numero di decessi da Covid19. Il Sudest asiatico ha reagito in tempo all’ennesima ondata del virus ma la Thailandia sembra pagarne il prezzo più alto, con un sistema  di chiusure-aperture alternato che ha gravemente danneggiato l’industria turistica, una delle principali del Paese.

Arretra lo “spazio civico”

Ma oltre all’impatto sanitario, alla corsa ai vaccini e alle restrizioni imposte sugli ingressi, l’Asia, non meno di altre parti del pianeta, registra un arretramento dello “spazio civico”, quello in cui la cittadinanza attiva riesce ad affermare il diritto di espressione, opinione e critica. Che si restringe di anno in anno. E se nove cittadini su dieci nel pianeta vivono in Paesi in cui le libertà civili sono duramente contenute, in Asia undici Paesi devono fare i conti con la repressione e sette con serie difficoltà nella possibilità di godere delle proprie libertà civili. Un bilancio che fa regredire anche Singapore, accusata di aver approvato una controversa legge sulle “anti-fake news”, come spiega il rapporto ‘People Power Under Attack 2021’ pubblicato da “Civicus”, piattaforma di ricerca online che tiene conto delle libertà fondamentali in 197 Paesi e territori. 

In Asia,  quattro Paesi – Cina, Laos, Corea del Nord e Vietnam – vengono considerati “chiusi”, mentre il Myanmar rientra tra quelli in cui la repressione ha fatto un balzo in avanti a partire dal colpo di stato militare del 1 febbraio. Un golpe che ha appena compiuto un anno e che ha già all’attivo un bilancio di  oltre 1500 vittime civili  e oltre 10mila arresti, come denuncia Assistance Association for Political Prisoners (Burma). Solo un Paese in Asia, sostiene il rapporto Civicus, ha migliorato la sua posizione nel 2021: la Mongolia.

Buone notizie e mercato delle armi

Se dunque il Covid19 ha dato una mano alla restrizione delle libertà individuali e di movimento, l’allentarsi della morsa della pandemia ha anche regalato qualche buona notizia: nel gennaio del 2022 per esempio, il dialogo tra il Governo tailandese e il principale gruppo ribelle musulmano che combatte nel Sud del Paese  è ricominciato nuovamente in Malaysia. Una buona notizia bilanciata dalla decisione però di acquistare quattro nuovi jet da combattimento a partire dal prossimo anno fiscale, con un budget di 13,8 miliardi di baht (413,67 milioni di dollari). Spese importanti anche per altri Paesi (dalle Filippine al Myanmar) a indicare che l’unico investimento che non ha risentito del Covid è stato quello in armamenti.

Sul fronte della guerra, se si può registrare la fine del conflitto in Afghanistan (che ogni mese chiudeva un bilancio di almeno 200 vittime civili), va invece registrata la dura repressione che ha colpito il Kazakhstan, dove agli inizi di gennaio la protesta popolare per i rincari della benzina si è diffusa a macchia d’olio. Il 7 gennaio è diventato realtà il dispiegamento di 3mila paracadutisti russi nel Paese dopo la richiesta formale di assistenza alla Csto.  La crisi si è apparentemente conclusa con un bilancio repressivo di almeno 160 morti e il 10 gennaio il Presidente Kassym-Jomart Tokayev ha detto di considerare il “colpo di Stato” ufficialmente concluso.

La crisi afgana

Ma in Afghanistan – dove la situazione sanitaria ha subito un peggioramento senza precedenti – una nuova guerra si è affacciata dopo la conclusione di quella tra Talebani e forze Nato. Il Paese sta affrontando un inverno rigido  in cui, secondo i dati dell’Onu, quasi 23 milioni di afgani, ossia due terzi dell’intera popolazione, affrontano una crisi alimentare grave e per la metà di questi ultimi la fame è ormai a livelli oltre la semplice emergenza. Molto dipende dalle sanzioni imposte dagli Americani al regime di Kabul e soprattutto dal congelamento di 9,5 miliardi di asset finanziari appartenenti alla Banca centrale di Kabul ma che, al momento della caduta del governo Ghani il 15 agosto, erano depositate in istituti di credito Usa o europei. Di fatto il Paese si trova senza circolante e  non può pagare funzionari pubblici, medici, insegnanti e acquistare beni per far ripartire la macchina statale.

Futuro incerto

Se generalmente la situazione della pandemia può dirsi migliorata, lo stesso non si può dire per le due crisi maggiori del continente: Myanmar e Afghanistan. Il braccio di ferro tra regime talebano e comunità internazionale non dà segnali di avviarsi su una strada di trattativa diplomatica anche perché a Kabul tutte le ambasciate della coalizione a guida Nato sono state chiuse e per ora, al di là di ripetuti annunci, l’Unione europea non ha ancora deciso quando riaprirà una legazione congiunta a Kabul. Quanto al Myanmar, la giunta non ha dato il minimo segnale di apertura, ignorando qualsiasi pressione esterna e proiettando il Paese in una situazione di isolamento permanente. Nei due casi, la marcia del virus – sulla quale non siamo in possesso di datti affidabili – non può che incistarsi su una situazione economicamente e socialmente tragicamente degradata. Peggiorando le condizione di vita di quasi cento milioni di persone. 

L’Africa è il continente che meglio ha reagito all’impatto del Covid19. L’attenzione è costante come lo è rispetto al problema della democrazia visto che, proprio in concomitanza con la pandemia, si sono verificate una serie di svolte autoritarie che sembrano aver inaugurato una nuova stagione di golpe militari. Lo si è visto al recente vertice dell’Unione africana, svoltosi ad Addis Abeba, agli inizi di febbraio. Nella capitale già oggetto di pressioni per la guerra nel Tigrai e per la quale la UA ha creato una commissione d’inchiesta sulle presunte violazioni dei diritti umani nella regione, decisione duramente osteggiato da Addis Abeba, il vertice ha preso in esame i diversi aspetti reiterando il suo impegno nella lotta la Covid.

I golpe africani e l’Unione Africana

La UA è stata formata venti anni fa per promuovere la cooperazione internazionale e armonizzare le politiche degli Stati membri e attraversa un momento difficile davanti a ben sei colpi di stato o tentativi di colpo di Stato in Africa (l’ultimo in Guinea Bissau) negli ultimi 18 mesi. Quattro Stati membri sono stati infatti sospesi dal Consiglio per la pace e la sicurezza dell’UA dalla metà del 2021 a causa di cambiamenti incostituzionali di governo, l’ultimo dei quali è avvenuto in Burkina Faso, dove i soldati hanno rovesciato il presidente Roch Marc Christian Kaboré il mese scorso.  Il 19 agosto 2020 il Mali è stato sospeso  a seguito del  colpo di Stato militare. Poi però  Il 9 ottobre il Consiglio per la pace e la sicurezza dell’Unione africana aveva revocato la sospensione sostenendo che vi erano progressi per un ritorno della democrazia ma Bamako  è stata nuovamente sospesa il 1° giugno 2021, a seguito del secondo colpo di Stato militare in nove mesi.

Anche l’adesione della Guinea è stata sospesa  il 10 settembre, dopo che un colpo di stato militare ha deposto il presidente del paese Alpha Condé. L’adesione del Sudan è stata sospesa  il 27 ottobre 2021, dopo che un golpe ha deposto il governo civile guidato dal primo ministro Abdalla Hamdok. Infine, il Burkina Faso è stata sospesa dall’Unione africana all’indomani del colpo di stato militare del 31 gennaio 2022. (Per una disamina dell’ondata di golpe leggi l’intervista a F. Strazzari). 

Obiettivo vaccinazioni 

Colpi di Stato, sanzioni, polemiche politiche si saldano alle preoccupazioni per la pandemia. L’Africa dovrà infatti aumentare il suo tasso di vaccinazione di sei volte per raggiungere l’obiettivo del 70% di persone completamente vaccinate fissato per giugno 2022. Lo dice un rapporto dell’Oms in cui si afferma che, anche se il continente sta registrando un numero inferiore di casi di infezioni da Covid-19 nella sua quarta ondata, ci sono solo circa sei milioni di persone che vengono vaccinate ogni settimana. Insieme al Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), alla Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), l’OMS e i suoi partner stanno lanciando un’iniziativa per aumentare il ritmo di vaccinazioni nel continente.

Diminuiscono i decessi

Secondo l’Oms, a metà gennaio i casi settimanali di Covid19 in Africa erano diminuiti in modo significativo e così i decessi, diminuiti per la prima volta dal picco della quarta ondata pandemica spinta dalla variante Omicron. “Il declino – scrive l’Oms –  spinge il continente oltre la sua più breve ascesa che è durata 56 giorni.  I nuovi casi segnalati sono diminuiti del 20% nella settimana fino al 16 gennaio, mentre i decessi sono diminuiti dell’8%. La diminuzione dei decessi è ancora modesta ed è necessario un ulteriore monitoraggio, ma se la tendenza continua, l’aumento dei decessi sarà anche il più breve registrato finora durante questa pandemia”. Il Sudafrica, dove Omicron è stato sequenziato per la prima volta e che ha rappresentato la maggior parte dei casi e dei decessi, ha registrato una tendenza al ribasso nelle ultime quattro settimane. Solo il Nord Africa ha riportato un aumento dei casi nell’ultima settimana, con un picco del 55%. I casi sono diminuiti nel resto dell’Africa, dove, al 16 gennaio, c’erano 10,4 milioni di casi cumulativi di Covid19 e oltre 233.000 decessi.

Mentre in America Latina la pandemia ha colpito duramente il settore professionale sanitario, gli Stati Uniti restano il Paese col più alto numero di contagi e il più alto numero di decessi da Covid19 al Mondo (rispettivamente 77.150.412 casi conclamati al 4 febbraio 2022 e 920.829 vittime). Una crisi sanitaria che non ha impedito all’Amministrazione Biden di dare segnali particolarmente muscolari sui fronti caldi dei contenziosi internazionali: dall’Ucraina al Golfo Persino, dall’Afghanistan alla Siria. Ambizioni muscolari che tentano forse di far risalire i sondaggi a  favore del Presidente e che cercano di sanare una forte spaccatura sociale alimentata dal dibattito sulla pandemia.

La spaccatura sociale degli Stati Uniti

Mentre la pandemia continua a mietere vittime,  a testimoniare la spaccatura che divide non solo i democratici del Presidente Biden dai repubblicani di Donald Trump, ma tutta la società americana, è  lo scontro fra l’icona rock Neil Young da una parte e  Spotify/Joe Rogan dall’altra.  JoeRogan é considerato il più influente podcaster degli Stati Uniti. Spotify ha ottenuto i diritti esclusivi del suo show The Joe Rogan Experience nel 2020 per 100 milioni di dollari. Durante la pandemia, Rogan ha attirato polemiche per aver ospitato individui come Robert W. Malone che promuovevano la disinformazione sul Covid19. Neil Young, che pubblicava esattamente 50 anni fa il suo capolavoro Harvest, ed è un liberal convinto, ha deciso di ritirare tutta la sua musica dalla piattaforma Spotify, in segno di protesta per lo spazio che essa concede al podcaster ed ai suoi ospiti, che diffondono disinformazione sulla pandemia.

Lo scontro simbolico, segno di un malessere profondo, avviene mentre in America 2.400 persone al giorno stanno morendo di Covid19 e la maggior parte di questi non sono vaccinati. Malgrado questa evidenza, gli attacchi alla rock star per questo gesto sono partiti sui social con virulenza. I conservatori ne fanno una questione di libertà di parola,  e un motivo per attaccare  il politically correct, che vorrebbe reprimere i discorsi che non rientrano in ciò che considerano accettabile. Ma Rogan  è probabilmente il più famoso podcaster da sempre e Spotify è felice di ospitarlo, soprattutto dopo l’investimento che ha fatto su di lui. Rogan recentemente ha avuto un ospite che ha messo in rete fake news di cospirazioni sui vaccini e ha messo in discussione il fatto che i bambini e gli adolescenti debbano fare le iniezioni. Centinaia di medici lo hanno chiamato per aver usato un linguaggio fuorviante. E il fatto che abbia milioni di follower aggrava la situazione..

Quanto a Neil  Young ha annunciato: “Possono avere Rogan o Young. Non entrambi”. Spotify ha rapidamente scelto Rogan, rimuovendo il catalogo di Young. Ma poi altri artisti, come Joni Mitchell,  si sono uniti alla sua posizione, ed ora questa è diventata una questione nazionale. Che ha coinvolto anche Facebook e YouTube, che ha annunciato che avrebbe posto dei limiti alle opinioni pericolose sulla pandemia. Subito un parlamentare repubblicano ha tacciato YouTube  come “anti-americano” per aver rimosso un video in cui ripete una falsa affermazione sulle elezioni di Trump.

Il Washington Post è entrato nella polemica e ha replicato, rivolgendosi a chi si appella al Primo emendamento, che garantisce libertà di opinione, che “legalmente parlando, queste aziende non stanno violando il diritto costituzionale di nessuno alla libertà di parola, perché il primo emendamento è stato progettato per impedire al Congresso o agli Stati di bloccare il diritto di espressione delle persone. Non governa le aziende private, che possono fare quello che vogliono”. Ma fa notare che “questa battaglia di salute pubblica è in gran parte fuori dalle mani dei politici”, ed è controllata dai giganti della tecnologia.

In America Latina

Malgrado circa due terzi dei circa 435 milioni di abitanti del Sud America risultino completamente immunizzati, la percentuale più alta a livello regionale  globale, la variante Omicron ha fatto salire il numero dei casi. La rapida diffusione della variante ha spinto gli operatori sanitari di tutto il Sud America a lanciare l’allarme, mentre la pressione si accumula negli ospedali, con gli operatori in congedo per malattia, e le strutture a corto di personale per far fronte alla pandemia.

La settimana scorsa, l’Organizzazione Panamericana della Sanità (PAHO) ha avvertito che il sistema sanitario della regione è stato “messo in discussione” in mezzo a un numero senza precedenti di nuove infezioni legate alla variante Omicron. Il direttore dell’Organizzazione Panamericana della sanità, Carissa Etienne, ha detto che i casi nelle Americhe sono saliti a 6,1 milioni l’8 gennaio, rispetto ai 3,4 milioni del 1° gennaio.

L’Argentina ha visto una media di 112.000 casi confermati al giorno nella settimana fino al 16 gennaio, rispetto ai 3.700 del mese precedente, mentre i dati del ministero della salute del Brasile mostrano un salto a una media di 69.000 casi giornalieri nello stesso periodo di sette giorni, in aumento del 1.900 per cento rispetto al mese precedente. La terza ondata “sta colpendo molto i team sanitari, dal personale addetto alle pulizie ai tecnici, con un’alta percentuale di persone malate, nonostante abbiano un programma di vaccinazione completo” secondo Jorge Coronel, Presidente della confederazione medica argentina. “Anche se i sintomi sono per lo più lievi o moderati, [se si individua un focolaio] questo gruppo deve essere isolato”.

Emergenza professionale sanitaria

In Brasile, il Consiglio delle segreterie sanitarie statali stima che tra il 10 e il 20 per cento di tutti i professionisti della rete sanitaria – compresi medici, infermieri, tecnici infermieristici, autisti di ambulanze e altri a diretto contatto con i pazienti – hanno preso un congedo per malattia dall’ultima settimana del 2021.

L’ufficio stampa della segreteria sanitaria dello Stato di Rio de Janeiro ha detto che circa 5.500 professionisti hanno lasciato il loro lavoro da dicembre. Tutti gli interventi chirurgici elettivi programmati nella rete sanitaria statale sono stati sospesi per quattro settimane. Per quanto riguarda le cure urgenti, i trasferimenti e gli straordinari sono stati usati come misure provvisorie.

“Il quaranta per cento del nostro personale è in congedo per malattia”, ha detto Marcia Fernandes Lucas, segretario sanitario del comune di Sao Joao de Meriti, nella regione metropolitana di Rio. “Siamo in grado di lavorare con questo 60 per cento ridistribuendoli (tra i centri sanitari)”. In Bolivia, gli ospedali pubblici funzionano al 50-70 percento  della capacità a causa dell’alto numero di infezioni tra gli operatori e  un importante ospedale di Santa Cruz ha smesso di ammettere nuovi pazienti a causa della mancanza di personale.

La regione europea ha vissuto il Natale 2021 all’insegna della preoccupazione, dovuta alla variante Omicron del virus che ha portato la curva dei contagi ad una ripida risalita. Nelle settimane successive alle festività di Natale e Capodanno, l’OMS ha registrato una crescita dei contagi del 65%, affrontata con preoccupazione dai Paesi europei: il 2022 si è aperto con nuovi record di cittadini affetti da Covid-19 sia per il Regno Unito che per la Germania, e con la necessità di imporre nuove restrizioni a causa delle difficoltà registrate dai servizi sanitari nazionali di far fronte alla nuova ondata.

La stretta di Omicron: un capodanno cauto

Nel Regno Unito, dopo un autunno all’insegna della libertà dalla mascherina, è stato reintrodotto l’obbligo di indossare misure di protezione negli ambienti chiusi, che in Spagna sono tornate obbligatorie anche all’aperto; in Irlanda è tornato il coprifuoco per il settore dell’ospitalità e della ristorazione, mentre i Paesi Bassi hanno fatto nuovamente ricorso al lockdown. Ma la necessità di alleviare il peso dei nuovi ricoveri è stata affrontata, soprattutto, spingendo la popolazione a vaccinarsi: vista la predominante percentuale di non vaccinati sia nel numero dei ricoverati sia nel numero dei decessi, diversi Stati dell’Europa continentale hanno fatto ricorso a ulteriori restrizioni nei confronti di chi, senza vaccino, rischia di trasmettere il virus più diffusamente e di soffrirne più gravi complicazioni. Francia e Italia hanno allargato la necessità di esibire un passaporto vaccinale, mentre l’Austria ha approvato una controversa proposta di legge che impone l’obbligo vaccinale a tutti gli adulti, salvo esenzioni dovute a problemi di salute. Una simile misura potrebbe essere approvata a breve anche in Germania.

Nella regione europea continua a spron battuto la distribuzione di dosi di vaccino “booster”, impartito ormai al 60-70% della popolazione nel Nord Europa mentre l’Est Europa fatica, con una percentuale di vaccinati con terza dose sotto l’11% per Bulgaria e Romania. In molti paesi procede anche la vaccinazione dei giovanissimi così da affrontare un altro dei gravissimi problemi – la diffusione del virus nelle aule scolastiche che sta costringendo gli studenti di tutta Europa ad un’educazione ibrida e frammentata tra periodi in classe, in isolamento preventivo, e lezioni frontali con metodi misti.

Un ritorno alla normalità e ai diritti – quasi per tutti

Ma nonostante i picchi di contagi dovuti alle festività e le conseguenti restrizioni, ciò che è emerso chiaramente dal gennaio 2022 è la necessità di convivere con un virus che – in linea teorica – potrebbe star diventando una malattia endemica. È di fine gennaio la notizia secondo la quale l’Europa starebbe uscendo dalla fase d’emergenza della pandemia, poiché – dichiara l’OMS – la variante Omicron, decisamente meno mortale della precedente Delta, potrebbe stabilizzarsi ed essere trattata come un’influenza nel giro di pochi mesi, grazie anche e soprattutto alla vaccinazione di massa. La “quinta ondata” prevista per la primavera 2022 potrebbe essere affrontata con molte meno restrizioni delle precedenti, e così anche per il periodo che la precede: restrizioni eliminate del tutto in Danimarca e in Regno Unito a partire da Febbraio, mentre il resto d’Europa decide il da farsi.

Un segnale in questo senso è dato dal Portogallo, che il 29 e 30 gennaio è tornato alle urne per l’elezione dei membri dell’Assemblea della Repubblica. La vittoria della sinistra di Costa, esponente socialista rieletto al potere dopo 7 anni, è stata ancor più netta del solito grazie ad un’inusuale politica portata avanti dal suo governo. Oltre a rafforzare il meccanismo del voto via posta, infatti, il Portogallo ha permesso ai suoi cittadini di andare a votare nonostante fossero in isolamento preventivo, in quarantena, ed anche se risultati positivi. Complice anche l’altissima percentuale di vaccinati nel Paese (con il 98% degli over 25 immunizzati con almeno due dosi), il diritto al voto è stato garantito con un’attenta gestione del flusso dei votanti, un mantenimento delle distanze e delle misure di prevenzione.

Un simile, positivo segnale arriva dall’Ungheria. Come più volte riportato nei nostri periodici Atlanti della Pandemia, il Paese di Orban ha visto durante la pandemia una preoccupante deriva autoritaria, a causa della quale – tra le altre conseguenze dello stato d’emergenza imposto sul Parlamento da Viktor Orban – ai giornalisti non era concesso entrare negli ospedali per verificare e riportare al pubblico l’andamento della pandemia: il “privilegio” di informare era ristretto solo a determinati media affiliati al governo. In una decisione del 1 febbraio 2022, una corte si è pronunciata contro il governo di Orban dichiarando illegittimo il suo diniego di accesso agli ospedali alle testate giornalistiche: è ristorato così (anche se a posteriori) il diritto all’informazione – quella vera, indipendente e libera.

Un’Europa di povertà, disoccupazione e muri

Se l’emergenza volge al termine, comunque, i suoi effetti sui diritti dei cittadini europei sono ancora molto visibili. In primis, il diritto al lavoro rimane ancora lontano dall’essere un diritto di tutti. Nella seconda metà del 2021, 2,7 milioni di lavoratori hanno perso l’impiego, mentre 3,7 milioni sono passati dalla disoccupazione all’inattività. Statistiche in miglioramento, ma rimane l’insicurezza del lavoro precario e una crescita ancora troppo lenta. Come sempre, a soffrire sono soprattutto i Paesi dell’Europa meridionale e i loro giovani: fanalini di coda nelle statistiche di dicembre 2021 sono Spagna e Grecia, con quasi un giovane su 3 senza lavoro, seguiti a breve distanza dall’Italia (disoccupati il 26,8% dei giovani).

Di conseguenza, aleggia ancora per troppi cittadini della regione Europa la minaccia di una vita sotto la soglia della povertà. Un report di Save the Children del 2021 annuncia che persino in Germania, uno tra i Paesi più abbienti della regione, un quarto dei bambini rischiano di crescere in condizioni di povertà ed esclusione sociale. In Italia, 200mila bambini sono scesi sotto la soglia di povertà a causa della pandemia. In tal senso, preoccupa il crescente costo dell’energia: salgono i prezzi del gas a livello globale; l’Unione Europea continua a dipendere dalla Russia per l’import di gas naturale, e Putin continua a sfruttare questo fattore per assicurarsi una posizione di potere nei negoziati sulla crisi Ucraina,

distribuendo il 25% di gas in meno ai Paesi Europei a fronte di una crescita nella richiesta.

Infine, rimane preoccupante la situazione dei diritti dei migranti. L’Unione Europea rimane incapace di affrontare la pressione dei flussi migratori – strumentalizzata, anche questa, dalla Russia di Putin. Dopo la crisi al confine tra Bielorussia, Lituania e Polonia, nella quale migranti infreddoliti e stremati sono stati usati come strumento di minaccia dal regime di Lukashenko, la risposta polacca è stata la costruzione dell’ennesimo muro, “opera urgente e necessaria” che impedisce alle associazioni umanitarie di offrire supporto a richiedenti asilo che perlopiù giungono da Afghanistan, Siria e Iraq. Un’Europa sempre più murata e sempre più incapace di fare fronte comune di fronte alle crisi geopolitiche, mentre il fronte Est si fa sempre più esplosivo.

Il 21gennaio 2022 la Russia ha registrato quasi 50.000 nuovi casi in un giorno, segnando un personale triste record dall´inizio della pandemia. Omicron è particolarmente diffusa nelle grandi città e prevalente a Mosca. Il primo ministro Mikhail Mishustin ha dichiarato che il governo ha pronto un piano per preparare le altre regioni del Paese, in termini di personale, strutture ospedaliere/ambulatoriali e di strumentazione medica adeguata per far fronte a questa nuova ondata.

In stand-by il disegno di legge russo sul green pass

Nonostante le cifre in rapida ascesa la campagna vaccinale continua a ristagnare сon solo il 59.8% della popolazione adulta vaccinata con ciclo completo. Vale la pena ricordare che al momento sono ben 4 i vaccini disponibili sul mercato russo: “Sputnik V”, “EpiVacCorona-N”,”KoviVak” e Gam-COVID-Vac M (per adolescenti), cui presto si aggiungerà il “Konvasal”. Il carattere meno “aggressivo” di Omicron e le “mutate circostanze epidemiologiche” avrebbero anche causato un rinvio del progetto di legge sull’obbligo di QR code per la frequentazione dei trasporti e dei luoghi pubblici. Quest’ultimo ha incontrato una forte resistenza sia da parte della popolazione che in seno alla Duma di Stato. I comunisti si sono infatti da subito dichiarati contrari. Il Presidente Vladimir Putin aveva dato istruzioni di definire il disegno di legge entro il 30 gennaio, istruzioni che sono però ora state superate dagli eventi, tanto che il 16 gennaio è stato annunciato il rinvio.

A partire da febbraio la Russia dovrebbe cominciare a rilasciare certificati vaccinali (e quindi QR code) anche sulla base dei risultati di test anticorpali, quindi a persone guarite (che non avevano registrato la malattia) o vaccinate all’estero con vaccini stranieri. Un sollievo, questo, per molti russi che hanno preferito rivolgersi a Serbia, Croazia, Bulgaria, Grecia e Turchia per il trattamento sanitario. Un trend che a detta degli esperti sarà in aumento dando il via ad un vero e proprio “turismo vaccinale”. Rimane al momento ancora aperta la questione del riconoscimento dello Sputnik V in Unione Europea. Il 16 gennaio sono stati consegnati tutti i documenti all’OMS per la registrazione. Purtroppo le difficili trattative Russia-UE sul riconoscimento reciproco dei certificati di vaccinazione contro il Covid ostacolano ulteriormente il progredire della campagna interna. Questa è già pesantemente ostacolata da una forte sfiducia della popolazione nei confronti del Cremlino e dalla discontinuità dei prodotti vaccinali sul mercato interno russo, dovuta alle forti esportazioni decise dal governo, soprattutto verso l’Argentina, che a più riprese hanno causato l’interruzione del ciclo d’immunizzazione dei russi stessi. Alcuni Paesi extra UE come l’Australia, hanno tuttavia già riconosciuto la validità del vaccino made in Russia ai fini turistici all’interno del proprio territorio.

Georgia: aiuti esteri necessari per risollevare il Paese

Per affrontare la quinta ondata pandemica il Primo Ministro georgiano Irakli Garibashvili ha lanciato lo scorso dicembre un programma per incoraggiare i cittadini georgiani sopra i 60 anni (nel frattempo si è scesi agli over 50) a sottoporsi alla vaccinazione anti Covid-19. Il programma – che doveva inizialmente terminare il 31 dicembre e che ora è stato prolungato fino alla fine di gennaio 2022 – prevede una retribuzione di 200 lari (pari a circa 57 euro) per i cittadini che si sottoporranno al ciclo vaccinale. Sempre alla fine dello scorso anno è anche stato introdotto il passaporto vaccinale per l’accesso ai luoghi pubblici. Quest’ultimo viene rilasciato a persone vaccinate, guarite o testate. Il numero di persone vaccinate, compresi coloro che hanno ricevuto una sola dose di vaccino è 1.318.639 pari al 45,9% della popolazione adulta.

Secondo Amiran Gamkrelidze, direttore del Centro nazionale per il controllo delle malattie e la salute pubblica, il decorso della malattia in caso di infezione da Omicron procede in una forma relativamente lieve ma questo fatto non dovrebbe ridurre la vigilanza dei cittadini. Nel 17-20% dei casi attualmente registrati in Georgia si tratterebbe infatti di una reinfezione. La popolazione è quindi invitata a sottoporsi al booster per ridurre ulteriormente il rischio contagio.

A causa dell’impatto estremamente negativo della pandemia sull’economia del Paese (a giugno 2021 le stime ufficiali si aggiravano attorno ai 2 miliardi di euro) – e come già successo nel 2020 – anche in chiusura del 2021 le autorità si sono viste costrette a cercare risorse aggiuntive al fine di aiutare imprenditori e cittadini, nonché prevenire la diffusione dell’epidemia e curare i pazienti. In particolare, il governo tedesco si è impegnato a sovvenzionare la Georgia con 3 milioni di euro. L’accordo corrispondente è stato firmato il 30 novembre dal ministro delle finanze della Georgia Lasha Khutsishvili e capo dell’ufficio regionale nel Caucaso meridionale della Banca di credito per la ricostruzione della Germania (KfW) Birgit Holderyd-Kress. La Germania rappresenta uno dei maggiori partner bilaterali della Georgia nella cooperazione allo sviluppo e ha sostenuto il Paese con oltre 1.066 miliardi di euro dal 1992. Inoltre, sono stati assunti impegni per un totale di 298,85 milioni di euro nell’ambito della cooperazione regionale (approccio regionale dell’Iniziativa del Caucaso meridionale).

Azerbaijan: nessun dissenso  sulla campagna vaccinale

A luglio 2021 l’Azerbaijan ha dato un forte impulso alla campagna vaccinale interna introducendo l’obbligo vaccinale per l’80% per cento dei dipendenti di agenzie governative, imprese mediche e farmaceutiche e istituzioni scientifiche e educative, diventando così il primo Paese della regione ad introdurre regole altamente restrittive. Tra i vaccini utilizzati sulla popolazione si trova al primo posto il CoronaVac di produzione cinese, seguito da Vaxzevria e dallo Sputnik V di fabbricazione russa. A novembre 2021 sono stati inoltre importati 320.000 dosi del farmaco tedesco-americano Pfizer-BioNTech.

Secondo gli ultimi dati oltre il 95% della popolazione maggiorenne (pari a 4.729,272 persone) avrebbe completato il ciclo vaccinale. Già a novembre 2021 il Presidente Ilham Aliyev si era dichiarato molto soddisfatto dell’andamento della campagna, esprimendo particolare orgoglio per il senso di responsabilità dimostrato dai propri cittadini. Aliyev ha anche sottolineato come rispetto ad altri Paesi della regione, l’Azerbaijan sia stato fortunatamente privo di un movimento anti-vaccino. Alcune voci fuori dal coro tra le figure pubbliche tuttavia ci sono state, come il politico Ilgar Mammadov che ha criticato sui social media la necessità del passaporto sanitario proprio alla luce delle alte percentuali dichiarate. Ciononostante il governo avrebbe comunque potuto contare su di un ampio consenso durante tutto il percorso, anche da parte dell’opposizione.

Armenia:  nuove restrizioni fuori dallo stato d’emergenza

A partire dal 22 gennaio in Armenia è obbligatorio presentare il green pass (da vaccino, guarigione o test PCR) per accedere a strutture ricettive, palestre e altri luoghi pubblici (trasporti esclusi). Il Ministero della Salute afferma essere stata una misura presa in considerazione dell’aumento dell’incidenza del Covid-19 lo scorso autunno, quando si sono registrati tassi giornalieri record di infezione e decessi. Il numero dei contagiati è in crescita: nell’ultimo giorno, oltre 900 nuovi contagiati. Ad oggi, solo il 36% della popolazione in Armenia è stato completamente vaccinato.

La scelta del governo viene duramente criticata dall’Associazione dei ristoratori dell’Armenia. Ashot Baseghyan, a capo dell’Associazione, ha accusato il Ministero della Salute di aver attuato le raccomandazioni dell’OMS senza prendere in considerazione l’impatto economico che questo genere di misure avrà sulle imprese, già in gravi difficoltà a causa della pandemia e di averlo fatto nonostante il Paese non sia più ufficialmente in stato di emergenza.

La situazione in Armenia è tuttora molto delicata non solo economicamente, bensì anche dal punto di vista politico. La sera del 23 gennaio, il Presidente armeno Armen Sarkissian ha annunciato le sue dimissioni, dichiarandosi privo di strumenti per influenzare la politica interna ed estera. Secondo l’ex Presidente le radici dei principali problemi dell’Armenia sono riconducibili all’attuale costituzione, che gli avrebbe impedito di gestire pienamente gli eventi politici nel Paese.

Per Australia e Nuova Zelanda il periodo a cavallo tra 2021 e 2022, ha rappresentato il momento più critico dell’emergenza sanitaria targata Covid19. I due Paesi oceanici hanno infatti perdendo il titolo di “isole felici” e scevre dall’impatto della pandemia a causa di una lenta campagna vaccinale e di alcuni ritardi nella prevenzione sanitaria. Wellington ha registrato il picco dei propri contagi nei mesi di novembre/dicembre, con tassi di oltre 200 positivi al giorno, nonostante l’area più popolosa dello Stato insulare oceanico, quella urbana di Auckland (1,675 mln di abitanti), fosse da più di un mese e mezzo regolata da severe misure di distanziamento sociale. Canberra invece ha subito tra la seconda metà di dicembre e la prima metà di gennaio una vera e propria escalation dei dati epidemiologici, che nei 28 giorni antecedenti al 15 gennaio ha visto: 1,366 mln di persone risultare infette da Covid19 su un totale di 1,7mln positivi da inizio Pandemia e 479 morire, circa 1/5 dei decessi totali da inizio emergenza.

Un netto peggioramento 

Varie le cause di questo netto peggioramento epidemiologico. Per quanto concerne l’Australia, la lenta campagna vaccinale ed il rilassamento delle norme di distanziamento sociale interno rappresentano due delle spiegazioni principali. Emblematico il caso dello Stato del Nuovo Galles del Sud, il più popoloso dell’isola con i sui 8,2mln di abitanti in gran parte concentrati nella città di Sidney e lungo la costa, dove il Governo liberale guidato dal neo-Premier Dominic Perrottet si è ostinato ad appellarsi alla “responsabilità personale” dei cittadini, anziché reintrodurre fin dai primi dati negativi del 19 dicembre l’obbligo di indossare le mascherine al chiuso.

Le comunità più deboli e marginalizzate

In Nuova Zelanda il contagio sembra essere invece stato alimentato dalla diffusione del virus nelle comunità più deboli e marginalizzate, dove la campagna vaccinale e le norme di distanziamento sociale hanno fatto più fatica ad attecchire: “tossicodipendenti, etilisti, persone con disturbi mentali e vite precarie” come ha spiegato Michael Baker, epidemiologo dell’Università di Otago. Il risultato è stato paradigmatico, dato che il 21 novembre in una cruciale conferenza stampa, la Prima Ministra laburista Jessica Ardern ha annunciato il passaggio dalla strategia dell’eradicazione del virus a quella fondata sull’utilizzo del vaccino come principale strumento per implementare il nuovo approccio della “minimizzazione e protezione”, che di fatto accetta l’endemizzazione del virus, l’impossibilità di eliminarlo ed abbraccia invece abbraccia la necessità di saperci convivere al meglio. Non un ripensamento quello del Governo, come si è affrettata a chiarire la Premier, bensì una mossa per stare al passo con l’arrivo delle nuove varianti più infettive ma meno virulente, e possibile grazie al successo della campagna vaccinale, che seppur lentamente vede il 93% della popolazione vaccinata completamente: “Stiamo entrando in questa nuova fase, con quella che si può definire la migliore situazione possibile” ha infatti rassicurato Ardern.

L’impatto di Aukus

L’Indo-Pacifico, sul fronte geopolitico si configura invece come una delle macroregioni in cui la conflittualità regionale tra potenze regionali e globali è stata più fortemente accelerata ed esacerbata dall’avvento di Covid19. Questo trend è certificato anche dalla versione 2021 del Asia Power Index, un’analisi qualitativo-quantitativa pubblicata annualmente dal Lowy Institue, che nella sua ultima edizione sottolinea come la regione sia stata vittima della forte conflittualità tra Cina e Stati Uniti, che continuano infatti a scontrarsi su annose questioni: indipendenza di Taiwan; sovranità di ampi tratti di oceano nel Sud Est Asiatico, dove Pechino ha costruito isole artificiali; influenza commerciale e culturale nell’area. In un tale contesto l’Australia si attesta quindi come una media potenza regionale, la sesta secondo l’istituto. Più che i numeri, sono però interessanti le osservazioni. Canberra si configura infatti come resiliente rispetto alla coercizione economica che Pechino ha realizzato negli ultimi anni. Due le ragioni: da una parte la dipendenza di Pechino dall’import di metalli ferrosi estratti in Australia dei quali non può fare a meno per le proprie infrastrutture, dall’altra la capacità di Canberra di trovare nuovi partners commerciali verso i quali diversificare l’export di carne, grano, vino ed altri prodotti pesantemente sanzionati dai dazi e dalle sanzioni commerciali che il Dragone ha imposto. Un altro importante dato confermato nel rapporto è inoltre che il nuovo accordo commerciale-militare Aukus e la rinnovata vitalità di alleanze informali come QUAD o più formali come Five Eyes, siano dati che certificano l’ampio network di partners in ambito di difesa e intelligence sul quale Canberra può contare.

Infine, nell’interessante rapporto, viene sottolineato come nell’ultimo anno, l’Australia abbia “approfondito e non allargato” il rapporto coi propri alleati, sottolineando anche come il netto accasamento del Paese dei Canguri nell’alveo statunitense lo abbia indebolito dal punto di vista dell’influenza diplomatica ed economica nella regione. Due le prove: nel 2021 Canberra ha ceduto a Pechino il ruolo di maggior investitore straniero in Papua Nuova Guinea e ha donato ai Paesi dell’area “solo” 3,15mln di dosi vaccinali, molte meno rispetto alle 6,75mln indiane, alle 24,56mln giapponesi, alle 38,9mln cinesi e alle 92mln statunitensi. In conclusione nel 2022 il Governo conservatore di Scott Morrison alla guida di Canberra dovrà lavorare per impedire che anziché come una media potenza indipendente, l’Australia venga percepita come l’ennesimo avamposto di Washington nell’Indo-Pacifico. E’ infatti vero che il Patto Aukus accrescerà la potenza strategico-difensiva del Paese arricchendo la flotta navale di sommergibili a propulsione nucleare, che dovrebbero servire per contenere l’ascesa regionale di Pechino, tuttavia nella loro attesa, per almeno una decina danni, soft power e prestigio diplomatico dovranno bastare a Canberra per destreggiarsi nello scacchiere dell’indo-Pacifico.

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