Reattori nucleari sul Mediterraneo

di Ilario Pedrini

«Arsenale nucleare da rafforzare», parola del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Da Mosca Vladimir Putin ha fatto sapere di pensarla nello stesso modo, assicurando però che non ci sarà una nuova corsa agli armamenti. Operazione troppo costosa, apparentemente. Ma, come ricorda il Sole 24 Ore, gli armamenti a disposizione sono ancora migliaia. «Washington e Mosca, insieme, hanno a disposizione oltre 7.000 testate atomiche superando l’insieme delle altre nazioni “nucleari” (Francia, Cina, Gran Bretagna, India, Pakistan, Israele e Nord Corea), le quali dispongono soltanto di una modesta frazione di scorte». Nel 2009 il presidente Obama aveva annunciato una riduzione degli armamenti. Ma le limitazioni si sono rivelate modeste con il New Strategic Arms Reduction Treaty (New Start), negoziato nel 2010. La verità è che, seppur in maniera ridotta rispetto ai tempi della Guerra Fredda, le due superpotenze hanno ripreso a investire: «Da una parte, il Congresso ha spinto verso una nuova generazione di armi nucleari e, dall’altra, la Russia ha intrapreso un programma di modernizzazione del suo arsenale atomico espandendo gli investimenti militari dal 3,8% del Pil nel 2010 al 5,4% nel 2015». Mentre, dopo il disastro nucleare di Fukushima, si è scoperto che le centrali nucleari (centrali pensate per uso civile) di una fetta del pianeta sono tutto tranne che sicure, i «fondi atomici» sono destinati invece al potenziamento della «parte bellica». Gli Usa sono in testa alla classifica per spesa militare (circa 600 miliardi di dollari). Per questo motivo, dice il quotidiano di Confindustria, Russia e Cina «potrebbero sentirsi indotte a intraprendere iniziative di competizione che finirebbero per mettere tutti a rischio». In questo panoarama di instabilità elemento di ulteriore destabilizzazione è dato dalla Corea del Nord, «sia per le ambizioni territoriali e di controllo delle risorse di Pechino, sia per la competizione fra India e Pakistan, nonché per l’intenzione manifestata da Trump di stracciare l’accordo nucleare con l’Iran». Quella del Medio Oriente nuclearizzato è la grande incognita. In aprile l’impresa russa di Stato Rosatom ha annunciato di aver «aperto un ufficio a Dubai per contribuire al controllo di numerosi progetti in Egitto, Iran, Giordania e Turchia. L’Egitto progetta – scrive Adriana Castagnoli – una serie di reattori nucleari sulla costa del Mediterraneo, mentre in Turchia e Giordania i reattori dovrebbero entrare in funzione rispettivamente entro il 2020 e il 2025, sotto il controllo russo. L’Arabia Saudita, che ha siglato un primo accordo intergovernativo con Mosca per la cooperazione in campo nucleare nel giugno 2015, ha messo a punto il piano più ambizioso per la realizzazione di 16 reattori entro 2032; invece gli Emirati Arabi dovrebbero completare il primo impianto nel 2017».

Per leggere l’articolo del Sole 24 Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-01-04/l-unione-atomica-trump-e-putin-201920.shtml?uuid=ADHdHCQC&refresh_ce=1

foto tratta da http://www.sardiniapost.it/cronaca/nucleare-pili-unidos-blitz-dei-tecnici-della-sogin-nelloristanese-scelti-due-siti/

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