Gambia, lo sconfitto nel Palazzo

di Andrea Tomasi

Le truppe senegalesi sono entrate in Gambia. A darne notizia è stato il colonnello Abdou Ndiaye. Le milizie senegalesi sostengono il presidente eletto del Gambia Aadama Barrow. Le truppe hanno attraversato il confine e si sono dirette verso la capitale Banjul. Là risiede il presidente uscente Yahia Jammeh (nella foto a fianco e sotto). Lui si rifiuta di lasciare il potere nonostante la sconfitta alle elezioni. Il 18 gennaio il governo di Dakar aveva annunciato di essere pronto a intervenire con l’esercito in caso di mancato avvicendamento al potere, come da decisione democratica. E alle parole il Senegal ha fatto seguire i fatti. Il giorno dopo ha sferrato l’attacco militare in Gambia. Il nuovo presidente, Adama Barrow, era stato eletto l’1 dicembre scorso, ma ha dovuto fare i conti con la contestazione del risultato elettorale da parte di Jammeh, che si è chiuso nel palazzo presidenziale. «Le truppe del Senegal – scrive Rainews – fanno parte dell’Ecowas, l’organizzazione che raggruppa i Paesi dell’Africa occidentale. L’intervento militare è iniziato dopo che Barrow ha prestato il giuramento presidenziale presso l’ambasciata del Gambia a Dakar. La crisi politica in Gambia è stata al centro della riunione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha approvato una risoluzione di appoggio al nuovo presidente del Gambia Adama Barrow e ha invitato l’ex leader Yahya Jammeh a lasciare pacificamente il Paese». Ghana e Nigeria – scrive Today – avevano  fatto sapere di essere pronti ad appoggiare un’eventuale operazione militare. Il governo del Senegal ha anche preparato una bozza da sottoporre al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che prevede l’utilizzo di tutte le misure necessarie per rispettare la volontà dei cittadini del Gambia. Ma dove sta la forza di Jammeh, che al governo è stato per 22 anni? Ecco, pare che la sua forza “persuasiva” stia proprio in quei 22 anni di gestione di tutto, a partire dalle forze di sicurezza. Gli uomini armati stanno con chi può permettere loro di prosperare. «Le forze armate sono strutturate intorno alla fedeltà a Jammeh. Promozioni (e retrocessioni) si basano sulla fedeltà, non sulla formazione, l’esperienza o l’anzianità di servizio. I militari ritenuti fedeli a Jammeh possono fare una rapida carriera, da soldato semplice a ufficiale. Invece chi non dimostra sufficiente devozione può essere retrocesso, licenziato, imprigionato e perfino ucciso. Un’opaca rete d’informatori all’interno dei servizi di sicurezza mantiene i soldati in un clima di diffidenza» scrive Internazionale . In un primo momento, a elezioni terminate, lo sconfitto era parso pronto a fare le valigie, tanto che anche i vertici dell’esercito si erano congratulati con il vincitore. Poi la repentina retromarcia, con l’asserragliamento nel Palazzo. Yahia Jammeh – ricordiamo – conquistò il potere con un golpe il 22 luglio 1994. Aveva solo 29 anni. Due anni dopo, col supporto del suo partito, l’Alleanza Patriottica per il Riorientamento e la Costruzione, vinse “regolari” elezioni.

«Di recente convertitosi all’Islam – si legge su Wikipedia – ha rinviato a causa del Ramadan le elezioni presidenziali del 2006 dalle quali è comunque uscito vincitore, anche se contestato dall’opposizione, appoggiato dal Senegal». Come si vede, il sostegno è sempre stato fondamentale per guidare il Gambia, che è (anche geograficamente) completamente circondato dal Senegal, ad eccezione del punto in cui il fiume Gambia sfocia nell’Oceano Atlantico. Secondo Human Rights Watch, nel Paese sono comuni le violazioni dei diritti umani, con casi ripetuti di sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie e tortura. Jammeh è stato contestato dalla comunità internazionale per le sue politiche «apertamente in contrasto con i diritti umani e per il suo atteggiamento repressivo verso l’omosessualità. In vari discorsi pubblici ha espresso la propria avversione verso le persone omosessuali promuovendo la loro criminalizzazione e minacce di morte». Il 12 dicembre 2015 proclamò il Gambia «repubblica islamica», affermando che il destino è nelle mani di Allah. Si è fatto conoscere nel mondo per avere imprigionato e ucciso oppositori e per avere espulso i giornalisti stranieri. Sostiene di avere poteri taumaturgici che guariscono dall’Aids e dall’infertilità. Il Post scrive che l’uomo è convinto di poter governare per un miliardo di anni (ha anche abolito il limite di mandati per la carica di presidente). Di recente ha spiegato che le manifestazioni di piazza sono «una scorciatoia che viene usata per destabilizzare i governi africani». «Il Gambia – si legge sempre sul Post – è il più piccolo stato dell’Africa continentale ed è nell’Africa occidentale. Gli abitanti sono poco meno di due milioni e la superficie dello Stato è di circa 11mila chilometri quadrati (poco più di quella dell’Abruzzo). Il Gambia ha ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito nel 1965 ed è una repubblica presidenziale. Il 95 per cento della popolazione è musulmano. Il tasso di disoccupazione è intorno al 38 per cento – uno dei più alti di questa parte dell’Africa – e quasi un abitante su due vive sotto la soglia di povertà. Molti gambiani provano ogni anno ad emigrare in Europa ma le loro richieste di asilo vengono spesso respinte, dato che il Gambia è considerato più stabile di altri Paesi».

 

http://www.internazionale.it/notizie/maggie-dwyer/2017/01/17/cosa-succede-gambia

http://www.ilpost.it/2016/12/02/gambia-elezioni/

http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/truppe-senegalesi-entrano-in-gambia-sostegno-nuovo-presidente-eletto-11823d65-5cf3-4d2b-af1e-77f48131f150.html?refresh_ce

http://www.today.it/mondo/guerra-gambia.html

https://www.hrw.org/it

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