“Dalle minacce nucleari al diritto umano alla pace”

Cosa lega armi nucleari, disarmo e diritto umano alla pace? Cronaca della conferenza “Dalle minacce nucleari al diritto umano alla pace”, tenutasi a Padova il 26 marzo.

dall’inviato a Padova, Elia Gerola

Dalle minacce nucleari al diritto umano alla pacedi questo si è discusso il 26 marzo a Padova, nell’ambito di una giornata di conferenze e dibattito promossa dal Centro di Ateneo per i Diritti Umani  “Antonio Papisca”, dell’Università di Padova.

La parola disarmo si lega a quella nucleare, ed alle locuzioni sicurezza internazionale e diritto alla pace, spiega il padrone di casa, il professor Mascia. Come realizzare però una pace universale, duratura e positiva, ovvero stabile e non qualificabile come mera assenza di guerra ma pienezza dei diritti e della dignità umana? L’articolo 1 della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”, continua, sembra essere inequivocabile in questo senso, è necessario dare piena realizzazione al diritto alla vita, del quale ciascuno di noi, in quanto essere umano, è titolare. Da questo diritto generale, è stato elaborato e presentato nel 1966 dalla Commissione Onu per i Diritti Umani anche un altro testo cardine, quello della “Convenzione internazionale sui diritti civili e politici.” L’articolo 6 di quest’ultimo ribadisce come nessuno possa essere arbitrariamente privato della vita. Proprio a partire da questi testi sottolinea Mascia, su consiglio del Comitato Diritti Umani, nel dicembre 2016, l’Assemblea Generale Onu ha votato la “Dichiarazione sul Diritto alla pace”. La Pace riconosciuta come diritto quindi, sicuramente contestato e non realizzato, ma dopo anni di campagne finalmente definito come diritto umano. Un diritto universale e necessario per permettere ai cittadini del mondo di vivere una vita piena e libera, scevra dal il rischio di morire per colpa della guerra e della violenza armata.

La teoria è una cosa, i fatti sono però altri. La pace infatti va costruita, agendo su più dimensioni: politica, istituzionale, giuridica, economica e politica. Condizione per la pace internazionale e per la rinuncia agli eserciti nazionali, sarebbe per Mascia, l’istituzione di un sistema di sicurezza collettiva sovranazionale. Le Nazioni Unite dovrebbero quindi essere democratizzate ed il loro mandato, già codificato nella loro carta fondamentale, pienamente realizzato e possibilmente revisionato. Il professore suggerisce infatti come la strada per raggiungere una pace mondiale non possa che passare attraverso la creazione di un esercito mondiale, realizzato tramite quella che definisce “onuizzazione” degli attuali eserciti nazionali, riconvertiti in un’unica forza sovranazionale in capo all’Onu. L’importante sottolinea, sarebbe la sostituzione, e non la mera aggiunta, di questo esercito a quelli nazionali, cosicché, rinunciando alla sovranità militare nazionale, il monopolio della forza militare possa essere detenuto da un unico organo super partes comune. A ciò, per raggiungere una vera equità e democraticità, si dovrebbe aggiungere una vera riforma istituzionale delle Nazioni Unite.

Il disarmo nucleare completo è quindi fondamentale, è un passo che permetterebbe di eliminare e bandire, come chiede da anni l’ICAN, quelle che storicamente sono considerate le armi con il più elevato potenziale mortifero e distruttivo delle quali l’uomo si sia mai stato dotato. E’ un passaggio che eliminerebbe le logiche nucleari della deterrenza e della corsa agli armamenti. Per quanto riguarda il nucleare, come spiega chiaramente l’ambasciatore italiano Carlo Trezza, il problema sorge in modo particolare quando ad una condizione di conflitto/tensione interstatale si somma la capacità nucleare. Il binomio conflittualità-capacità militare nucleare rende infatti l’eventualità di un’escalation militare ancor più pericolosa e distruttiva. Il rischio sarebbe infatti quello di una guerra atomica. Un caso emblematico in questo senso è quello indo-pakistano, del quale vi abbiamo parlato in un nostro approfondimento, a Padova si è invece parlato di Corea del Nord, questione iraniana e relazioni tra Russia-Usa.

Il dialogo tra Corea del Nord e Usa, avviato da poco più di un anno dall’amministrazione Trump, ha proseguito il diplomatico italiano, ha il merito di aver spezzato una retorica sino a poco prima assente o meramente avversariale. Ora, grazie a Trump, un dialogo c’è, tuttavia aggiunge, i meriti dell’amministrazione si fermano qui, poiché sembra essere incapace di mettere veramente a frutto quest’occasione unica, e realizzare l’agognata denuclearizzazione della penisola coreana. L’ultimo incontro di Hanoi, si è infatti concluso con un nulla di fatto. Certamente continua Trezza, il ritrovato dialogo tra le due Coree e la possibilità di riappacificazione sono oggi possibili, sia grazie all’apertura del democratico, Presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, sia grazie ai toni meno duri dell’alleato statunitense.

Il ritiro Usa, sempre voluto da Trump, dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA), sembra invece sprecare un’occasione unica. Questa è invece la conclusione alla quale arriva Nicola Cuffaro Petroni, docente dell’Università di Bari Aldo Moro, al termine di una più articolata analisi storico-politica della cosiddetta questione iraniana. Semplificando, l’accordo prevedeva la rinuncia allo sviluppo del nucleare militare da parte della Repubblica Islamica Iraniana. In cambio, le autorità occidentali avrebbero dovuto scongelare i conti esteri iraniani e rimosso le sanzioni economiche che penalizzano da anni la bilancia commerciale di Teheran. La decisione di Trump è del tutto legittima, basti pensare, ricorda Petroni, che l’accordo non è legalmente vincolante, ma un semplicemente impegno politico. Rappresenta tuttavia un passo indietro. Da una parte gli Stati Uniti hanno perso credibilità, rimangiandosi la parola data, dall’altra vi è il rischio di danneggiare ulteriormente la già precaria situazione economica iraniana, basti pensare ad esempio alle proteste del luglio scorso. Così il malcontento popolare tenderà a montare e trovare una rappresentanza politica non più moderata, ma oltranzista, che potrebbe decidere veramente di optare per il nucleare militare.

Il futuro nell’ambito del controllo degli armamenti? Fosco. La causa principale sarebbe stata l’accelerazione ancora una volta impressa da Trump, nel ritiro degli Usa dal trattato Inf. Questo è quanto emerge invece dall’analisi di Alessandro Pascolini, professore universitario e Vice Presidente dell’ISODARCO, che sottolinea come le condizioni per la rinegoziazione di un nuovo trattato  sembrino essere attualmente inesistenti e anzi, sembrerebbe che entrambi gli Stati: Usa e Russia, si siano in realtà levati un intralcio giuridico. L’Inf ha infatti impedito loro lo sviluppo di missili a corto/medio raggio con capacità di trasporto nucleare basati a terra dagli anni Ottanta fino ad oggi. Ma perché questo trattato è stato una pietra miliare del regime di controllo degli armamenti nucleari? Ne abbiamo parlato nel nostro articolo: “Trump sbatte la porta”.

La chiosa della mattinata è invece stata affidata alla professoressa Eleonora Sirsi. I suoi spunti sono interessanti e taglienti, ricorda come di fatto in Italia vi sia un articolo costituzionale, l’articolo 11 che afferma proprio che la Repubblica ripudia la guerra, ma come questo per essere pienamente realizzato richiederebbe un cambio di rotta, verso il sostegno di una pace positiva e non della mera astinenza dal conflitto armato. Un ragazzo con un amaro tono di voce chiede allora di intervenire e commenta, con evidente sostegno del pubblico, come questo significherebbe anche smettere di produrre e vendere le armi a Stati che come l’Arabia Saudita le impiegano nei bombardamenti in Yemen. Ancora, viene sottolineato come la pace non debba essere solo positiva, ma anche sostenibile. In questo senso la realizzazione degli obiettivi sostenibili dell’Agenda 2030 diventerebbe quindi ancor più imperativa nel solco di quanto rivendicato anche dai giovani dei Fridays for Future: una nuova concezione del rapporto tra società umana e natura. Un altro partecipante suggerisce che quindi bisognerebbe parlare non solo di Diritti Umani, ma anche di diritti naturali, rifacendosi alla troppo spesso dimenticata Carta della Terra.

Dopo il dibattito la sessione mattutina si chiude, siamo tutti consci che c’è ancora molto da fare, reclamando nelle sedi internazionali un cambio di rotta, scendendo in piazza pacificamente, studiando, scrivendo o leggendo articoli, e partecipando a conferenze come quella di Padova.

 

L’articolo racconta la prima parte della giornata, seguirà racconto sulla seconda, dove si è invece parlato della “Campaign to stop killer robots”, promossa tra gli altri da USPID e Rete Disarmo.

*Immagine di copertina è presa dal siti del Centro di Ateneo per i Diritti Umani Antonio Papisca dell’Università di Padova.

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